Di Salim Elaradi*.

Verso la fine del 2014 sono scomparso e ingiustamente detenuto dalla security agency degli Emirati Arabi Uniti, fino al 2016, quando sono stato scagionato e liberato dalla Corte Suprema degli UAE. La tragedia vissuta nelle prigioni segrete degli Emirati ha lasciato delle cicatrici inguaribili, con cui devo convivere ogni giorno. Non tutte le adolescenti canadesi si trovano a fronteggiare la difficile esperienza di avere un padre scomparso e torturato da un governo straniero, ma questo è proprio ciò che accadde a mia figlia Marwa. La battaglia disperata della mia famiglia per la mia liberazione e ritorno a casa, ebbe inizio con un unico articolo di Marwa apparso su un piccolo quotidiano a Windsor, Canada, e si è trasformato ben presto in una campagna virale internazionale. Molti media in tutto il mondo seguirono lo sviluppo della campagna per la mia liberazione fino a quando non sono stato restituito all’affetto dei miei familiari.

Durante la mia scomparsa, l’appello globale di Marwa  cominciò a creare una seria pressione politica per la mia liberazione. Nonostante le sue ambizioni accademiche, Marwa mise da parte i suoi studi e viaggiò per il mondo, incontrando gruppi per i diritti umani e relatori speciali delle Nazioni Unite, invocando l‘intervento del governo canadese. Non passava giorno senza che lei ricordasse al mondo  le mie sofferenze attraverso i social media. All’età di 17 anni Marwa ha creato un’attenzione mondiale a livello mediatico, scrivendo articoli in controtendenza. Dubito che  oggi sarei un uomo libero senza questo sforzo internazionale che sensibilizzò larghi segmenti delle principali correnti mondiali.

Dopo la mia liberazione ho scoperto l’importanza della mobilitazione internazionale che ebbe luogo. Durante la campagna ci furono molte proteste in diverse città, con centinaia di sostenitori che non mi conoscevano, e che io non conoscevo, ma che si sentirono in dovere di reclamare la mia libertà in nome del loro credo nei valori universali dei diritti umani e della giustizia. Alla luce di tutto ciò è stato particolarmente sconcertante vedere articoli, pubblicati dal quotidiano libico online Al Marsad, che cercavano di collegare in modo farsesco la campagna di mia figlia con l’attentato terroristico di Manchester dello scorso anno. Questo articolo  sull’attentato, che ne travisava uno precedente della BBC, ha dato lo spunto per una pubblicazione su un’altra fonte di notizie libica, Almotawaset, e sul giornale online italiano Speciale Libia.

L’articolo di Speciale Libia fa notare che l’insano giovane attentatore di Manchester aveva partecipato ad una protesta a Londra per la liberazione di dieci uomini d’affari libici, me compreso, ingiustamente imprigionati dagli UAE. Questa protesta in particolare, fu organizzata dalla comunità locale londinese. Al Marsad e Almotawaset vanno oltre, ed in pratica suggeriscono che vista la partecipazione alla manifestazione dell’uomo responsabile dell’attentato di Manchester, allora la campagna per la mia liberazione doveva essere, per forza di cose, collegata con le irresponsabili future azioni di quest’uomo. È una linea di pensiero che sconfigge ogni logica.

Gli articoli si spingono ancora più indietro, e osservano che un uomo chiamato Mustafa Graff, il quale si presume conoscesse l’attentatore di Manchester (tuttavia ha pubblicamente dichiarato di non conoscerlo), è stato anche volontario di una ONG chiamata “Lybian Association for Victims of Torture and Enforced Disappearance in UAE” – LAVTEDU – (Associazione Libica per le Vittime di Tortura e Sparizione Forzata negli UAE), un’organizzazione che sostiene la causa di diversi libici detenuti negli Emirati Arabi Uniti. Tale connessione, secondo queste pubblicazioni, costituisce l’evidenza di un’associazione tra la mia campagna e l’attentatore di Manchester. Né io, né i membri della mia famiglia, conosciamo realmente alcuno tra questi uomini.

Ma a parte questo, Al Marsad e Almotawaset insultano i loro lettori forgiando menzogne attraverso “4 gradi di associazione” tra la nostra campagna per i diritti umani, LAVTEDU, i volontari e l’attentatore di Manchester per giustificare una connessione tra la campagna e l’attentato di Manchester. Niente di più assurdo.

Secondo questa logica confusa, Amnesty International, Human Rights Watch, Le Nazioni Unite, e innumerevoli altre organizzazioni e persone intorno al mondo, ai quali devo eterna gratitudine, sarebbero stati al servizio di complotti terroristici manifestando per la mia liberazione. Perché fermarsi lì? È stata la stessa Corte Suprema degli UAE che alla fine ha esaminato le accuse contro di me (insieme a quelle di altri detenuti libici) e deciso che erano prive di fondamento e che dovevo essere liberato.

Ma apparentemente Al Marsad e Almotawaset hanno ritenuto fosse giusto ricorrere ad insinuazioni contro ogni logica per diffamare un’ampia coalizione per i diritti umani. È incredibilmente triste constatare come dei segmenti dell’informazione  siano felici di pubblicare rapporti insostenibili, esempi di giornalismo sensazionalistico e notizie false. Alla fine della fiera, io sono stato sempre orgoglioso della campagna per i diritti umani #SalimAlaradilibero, ma trovo terrificante, e al limite della calunnia, vedere siti web come Al Marsad macchiare gli sforzi di mia figlia con voci infondate, e il tutto per strumentalizzare la divisione politica dei libici.

*Salim Elaradi è un uomo d’affari libico-canadese, ingegnere civile e sviluppatore immobiliare. È il presidente di Hommer International, una multinazionale che produce e distribuisce aria condizionata ed elettrodomestici. Nel 2014 Salim è stato rapito, detenuto arbitrariamente e torturato dalle forze di sicurezza statali degli Emirati Arabi Uniti. Sua figlia Marwa guidò una campagna internazionale sui diritti umani e alla fine fu liberato dalla Corte Suprema degli Emirati Arabi Uniti e si riunì con sua moglie e i suoi figli. 

 

***Le opinioni qui espresse non riflettono necessariamente quelle dell’Editore.

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