Gli sfollati di Tawergha. Facciamo il punto con Khalid al-Marghani

Di Vanessa Tomassini.

Domenica sera l’ufficio informazioni del Ministero di Stato per gli Sfollati e i Rifugiati Interni (IDPs), in un colloquio con Speciale Libia, ha rivelato che 70 famiglie dovrebbero far ritorno a Tawergha venerdì, sebbene la città continua ad essere sprovvista dei servizi di base. Nel nostro precedente articolo ci siamo domandati come mai gli IDPs di Tawergha preferissero rimanere tra le lamiere di un campo profughi, apparentemente fatiscente, piuttosto che tornare a casa. Facciamo il punto sulla situazione con il direttore del corpo affiliato al Consiglio Presidenziale, Libyan Humanitarian Relief Agency (LIBAID) di Tripoli, Khalid al-Marghani, responsabile degli aiuti agli sfollati interni nella regione occidentale e nel sud della Libia.

– Innazitutto grazie per aver accettato quest’invito. Nei giorni scorsi abbiamo visto uno sgombero forzato del campo Airport Road degli sfollati Tawergha e l’arresto di un’ottantina di persone da parte delle forze di sicurezza di Abu Selim. Siamo di fronte ad un tentativo di spingere gli IDPs a tornare nella loro città?

“Grazie, è un piacere per me. Siamo sicuri che lo sgombero non fosse in alcun modo un tentativo di fare pressione sulle persone per tornare a Tawergha, ma piuttosto per l’accumulo di diverse questioni che si svolgono all’interno del campo, non ultima una lite tra una persona del centro con un membro della milizia che è rimasto ucciso. Non è la prima volta che un campo profughi viene evacuato, era successo anche in quello di Taha a Tarhouna nel 2013 a causa degli stessi problemi”.

-Perchè i Tawerghani vogliono restare nel campo, piuttosto che tornare a casa?

“Il primo motivo per rimanere nel campo è quello di continuare ad usufruire dell’enorme quantità di assistenza fornita all’interno. Controlliamo di volta in volta le famiglie registrate e le abitazioni a loro assegnate all’interno del centro per accertarci che ci vivano e non risiedano in case fuori dal campo. Inoltre spesso gli IDPs hanno interessi nelle loro attuali aree di residenza, mentre alcuni di loro hanno paura di tornare perché non conoscono l’attuale situazione di sicurezza all’interno della loro città”.

-Come procedono i lavori per il ripristino dei servizi a Tawergha?

“I lavori in città proseguono a fatica e molto lentamente a causa della mancanza di possibilità, sia per il fatto di non poter spendere i soldi da parte del Consiglio di Tawergha. Questo è il principale ostacolo alla preparazione della città, seppur lentamente, il lavoro continua. Si stanno consegnando i pali della luce e ci sono gruppi di volontari che lavorano per pulire alcuni edifici per adeguarli al lavoro, c’è una squadra che sta lavorando a terra per rimuovere le mine e residui bellici inesplosi (ERW) , mentre una squadra sta facendo formazione alle persone sul pericolo delle mine”.

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-Quante sono ancora le famiglie sfollate in Libia?

“In totale ci sono circa 7000 famiglie sfollate e la maggior parte di esse si trovano nella zona occidentale. Le famiglie di Tawergha che faranno ritorno a casa venerdì prossimo, lo faranno sotto la supervisione e la garanzia del Consiglio locale in coordinamento con la gente e i finanziatori dell’area di Tamina, a Misurata”.

-Oltre agli sfollati di Tawergha, quali sono gli altri IDPs con cui sta lavorando e quali sono le situazioni più complesse?

“Tra gli sfollati con cui lavoriamo ci sono i profughi Tuareg e le famiglie di Sirte, che non sono stati in grado di tornare a casa per via della demolizione delle loro abitazioni, nonchè le persone sfollate di Bengasi. Lavoriamo anche con altre aree dislocate come Mashashia, Qaulish e Kakla, nella Montagna Occidentale. Le situazioni più difficili che dobbiamo affrontare al lavoro sono la mancanza di sostegno interno ed internazionale, il mancato rafforzamento delle capacità di ricostruzione da parte delle organizzazioni internazionali, l’attenzione sull’assistenza temporanea che non si protrae nel tempo e il mancato focus sull’importanza dell’autosufficienza”.

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Il direttore Khalid al-Marghani ci lascia con questa immagine che speriamo possa essere di buon auspicio.
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