Al-Thani tra i migranti a Bengasi: “Lasciate andare chi ha i documenti, aiuteremo chi vuole restare a lavorare”

Di Vanessa Tomassini.

Bengasi, 17 maggio 2019 – “Chiunque sia entrato illegalmente, ma ha con sé i documenti, deve essere rilasciato immediatamente. Chi è arrivato in Libia per lavorare e desidera rimanere, faciliteremo i contatti con le aziende e la loro assunzione”. È questo l’ordine che Abdullah al-Thani, primo ministro del Governo di transizione, con base ad al-Beida, ha dato alle autorità di sicurezza del centro migranti di Bengasi. Il premier, accompagnato dal ministro degli Esteri, Abdulhadi Ibrahim Iahweej, ha fatto visita al centro di detenzione, pregando e mangiando con i migranti. All’evento hanno partecipato anche il ministro dell’Interno ed un certo numero di funzionari ed alti ufficiali. Durante il suo discorso, il premier ha anche espresso il desiderio di allestire una biblioteca all’interno del centro, per migliorare le condizioni di vita dei detenuti. In Libia, infatti, la legge prevede l’arresto per chiunque si introduca nel Paese in modo irregolare.

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Il ministro degli Esteri, Abdulhadi Ibrahim Iahweej, ha spiegato che “coloro che vogliono tornare nei loro Paesi d’origine, verranno aiutati a tornare in sicurezza dalle loro famiglie, mentre per chi è senza documenti il ministero è già in contatto con le rappresentanze diplomatiche estere per velocizzare le pratiche”. Nel centro di Bengasi, la maggior parte arrivano dall’Africa sub sahariana, ma anche dal medio ed estremo Oriente. Mohammed, 22 anni, dal Sudan ha chiamato la mamma poco prima dell’inizio di Ramadan. “Sono arrivato a Bengasi, passando dall’Egitto, attraverso il deserto”. Racconta, aggiungendo che prima di essere trasferito in questo centro si trovava in quello di al-Marj dove le guardie gli hanno sottratto il telefono. Mohammed vorrebbe andare in Europa per aiutare sua mamma e i suoi fratelli, ma è senza documenti. “Ho chiesto di tornare in Sudan perché non ho il passaporto, ma poi ci proverò di nuovo. So che lì la vita non è facile, ma è sicuramente meglio che in Sudan”. Ci confessa. C’è anche qualcuno fuggito dalla guerra in Yemen, la maggior parte sono musulmani, ma c’è anche un cristiano a raccontare la pacifica convivenza all’interno del centro e la gioia di condividere la festività del Ramadan.

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