La resurrezione di Bengasi, dalle macerie alla vita festosa delle sere di Ramadan

Di Vanessa Tomassini.

Bengasi, 15 maggio 2019 – Camminando per le vie di quello che resta dell’antica medina, avvolti nell’oscurità della notte, una finestra con la luce accesa incarna lo spirito del popolo libico e la sua resilienza. Daesh a Bengasi ha distrutto scuole, università, centri di addestramento della polizia, ma il suo tentativo di imporsi come unica autorità statuale è venuto meno di fronte al coraggio degli abitanti, ed in particolare, dei soldati del Libyan National Army guidato dal maresciallo Khalifa Haftar, oggi impegnato a sdoganare terroristi e milizie nella capitale Tripoli. Cumuli di macerie e lamiere, strutture pericolanti, e mura fatte a brandelli da esplosioni e colpi di mortaio, tengono ancora viva la paura del terrorismo e dei gruppi estremisti che, secondo i racconti della gente del posto, sono arrivati da oltre confine, da Siria, Iraq, Pakistan, Sudan, Egitto, Tunisia, Turchia e Qatar. Qui l’11 settembre 2012, esattamente un anno dopo l’attentato al cuore degli Stati Uniti, l’ambasciatore americano Chris Stevens è morto nei pressi del consolato, insieme a Sean Smith, agente dei servizi segreti, e due marines, durante un attacco alle sedi diplomatiche da parte di un gruppo estremista.

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Il consolato resta chiuso da allora, la strada è sorvegliata dalla sicurezza nazionale. Interi quartieri finiti in mano agli estremisti, come Suq Al-Hout, il rione del mercato del pesce, ed al-Sabri, sono stati completamente rasi al suolo fino alla fuga del gruppo terroristico Wilayat Barqa, nel gennaio 2017, e alla dissoluzione del Concilio della Shura nel maggio 2017. Il terrore non ha risparmiato nemmeno il Consolato italiano, della cui sede si è salvata soltanto qualche parete. Il 12 gennaio 2013 l’auto sulla quale viaggiava il Console Generale italiano, Guido De Sanctis, è stata raggiunta da colpi di arma da fuoco. Il diplomatico ne è uscito illeso, ma l’evento portò l’Italia a ritirarsi e ancora oggi il popolo della Cirenaica aspetta il suo ritorno, sussurrato nei mesi scorsi, ma probabilmente ostacolato dagli eventi nella capitale.

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Qui la gente non ha dubbi: “l’esercito riporterà la vita ai nostri fratelli e sorelle e Tripoli, non possiamo lasciarli ostaggio di milizie, criminali e terroristi. Molti jihadisti sono riusciti a scappare, i giovani di Tripoli non devono fare lo stesso errore che in molti hanno fatto nella nostra città, li useranno per soldi e poi saranno i primi ad ucciderli alla prima occasione”. Ci racconta Ali, un uomo sulla quarantina che incontriamo per le vie della medina, che ci spiega come questi gruppi pericolosi siano entrati in Libia nel 2011 partecipando all’insurrezione contro il Governo di Muammar Gheddafi.

Bengasi ha vinto la sua guerra contro il terrore ed ora la gente ritorna a vivere e fare progetti. Nel mese sacro del Ramadan l’esistenza scorre a rilento durante le ore del giorno. Ci si sveglia tardi, dopo aver rotto il digiuno la sera. Verso le quattro del pomeriggio a bordo di quei quartieri costieri segnati dal conflitto, iniziano a spuntare banchi e bancarelle. C’è chi vende il pane fresco, chi giocattoli per bambini e dolci. Prima del tramonto le famiglie si riversano nelle strade. Con 5 dinari acquistiamo delle palline minuscole di cinque colori diversi, che crescono se messe in un vaso con un po’ d’acqua. La gente sembra felice ed il senso di sicurezza è tangibile. Di questa temutissima dittatura militare, di cui molti parlano, non vi è nemmeno l’ombra. Agenti cortesi regolano il traffico, la polizia è presente nella giusta misura ma non è invadente come a Tripoli, dove a volte le milizie sembrano più dei civili. Questa è la principale differenza che ci balza all’occhio, dopo quella del dialetto che ha una musicalità differente. Ad ogni modo nel traffico spuntano targhe di altre città, sinonimo che la città ha superato il regionalismo. In molti hanno trovato ospitalità a Bengasi. C’è chi arriva da Beni Walid, Tripoli, Misurata, qualcun altro da Murzuq nel sud della Libia. Sulla strada che congiunge il centro con l’aeroporto di Benina, lungo mare e nel centro, enormi poster ringraziano il comando generale ed i martiri dell’esercito libico per la ritrovata libertà.

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La sera dopo la colazione, i bambini corrono nei parchi giochi accompagnati da mamma e papà. Tra le luci colorate un giovanissimo fantino galoppa un mini poni, accompagnato dal suo padroncino mentre le ragazze chiacchierano tra loro sedute su una panchina. I negozi sono aperti fino a tardi, gioiellerie, grandi firme e abbigliamento prêt-à-porter, ma anche concessionarie di automobili. Gli adolescenti passeggiano chiacchierando, alcuni si godono uno show televisivo nei caffè, ed altri si destreggiano nel traffico con le loro bike e kart. Dal finestrino abbassato della nostra macchina, qualcuno ci riconosce e sorride, come per darci il benvenuto. Entrando in una pasticceria veniamo rapiti dai colori di dolci e torte, fragola, pistacchio, yogurt, cioccolata. C’è l’imbarazzo della scelta. La resurrezione di Bengasi è questa, la vita ha vinto contro le tenebre del passato. Alcuni hotel sono già stati rinnovati, altri proseguono incessantemente i lavori di manutenzione, così come quelle che un tempo erano i negozi della medina. C’è tanto, davvero tanto da ricostruire, ma gli ingredienti essenziali non mancano: speranza e voglia di abbracciare il futuro saranno il motore di una rivoluzione di benessere che coinvolgerà tutta la Libia.

 

 

 

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