Libia non partecipa al summit di Beirut dopo il vilipendio alla bandiera nazionale

Di Vanessa Tomassini.

Il portavoce del Ministero degli Affari Esteri libico, Ahmed Alarbed, ha annunciato domenica che la Libia non parteciperà ad alcun livello al vertice arabo per lo sviluppo economico e sociale, che verrà ospitato nella capitale del Libano, Beirut, il 19 e 20 gennaio. La decisione arriva dopo la diffusione in rete di un video che mostra un gruppo sciita rimuovere dalle strade la bandiera libica e sostituirla con quella del movimento AMAL. Diverse immagini hanno anche mostrato gruppi della comunità sciita libanese pestare e distruggere la bandiera della Libia, definita il “Paese dei maiali”.

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Il movimento AMAL

Il movimento AMAL fu creato nel 1974 dall’imām Musa al-Sadr col nome di “Movimento dei diseredati” (Ḥarakat al-mahrumīn) il cui obiettivo era l’emancipazione degli sciiti libanesi. Nel 1975, di fronte alla crescita della tensione in Libano, il movimento organizzò una sua milizia armata. Musa al-Sadr rifiutava l’uso della forza e non coinvolse la milizia nei combattimenti, riservandola a precisi compiti di auto-difesa. Nel 1978, l’imām scomparve misteriosamente insieme ad altre due persone, in occasione di una sua visita ufficiale in Libia. Husayn Husayni, il presidente del Parlamento libanese, prese la guida del movimento per un breve periodo, prima di cedere il posto a Nabih Berri, l’odierno presidente del Parlamanto che rimane ancor oggi il capo di Amal. Berri s’alleò allora alla Siria e impegnò le milizie nella guerra civile libanese.

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L’indignazione

I video che mostrano la bandiera libica sostituita con quella della milizia sciita a Beirut, hanno provocato una profonda indignazione nei libici, che hanno chiesto a gran voce al Consiglio Presidenziale, guidato da Fayez al-Serraj, di interrompere qualsiasi rapporto diplomatico con il Libano. Gruppi di libici hanno anche diffuso in rete la distruzione della targa dell’ambasciata libanese in Libia, pestata ed accostata alla spazzatura. Va ricordato che il Libano, per la scomparsa dell’imam Musa Al-Sadr, detiene dal gennaio 2015 Hannibal Gheddafi, il figlio del colonnello Gheddafi, sebbene all’epoca in cui sono successi i fatti avesse solamente due anni.

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Il caso di Hannibal Gheddafi

Come ci ha raccontato la moglie di Hannibal, Aline Skaf, in questa recente intervista “L’11 gennaio 2015, Hannibal è stato rapito in Siria da una banda armata sotto la guida di Hassan Yacoub e poi portato forzatamente in Libano attraverso la valle della Bekaa. È stato detenuto dai rapitori per 7 giorni, durante i quali è stato torturato fisicamente e psicologicamente per costringerlo a rivelare informazioni sulla scomparsa di Musa al-Sadr, Sheikh Mohammed ed Abbas Badruddin”. “L’11 gennaio 2015 – prosegue Aline Skaf – la stazione di Al-Jadid ha trasmesso un video che mostra Hannibal con chiari segni di percosse, mutilazioni e lividi visibili sul viso, sugli occhi e sul corpo. I rapitori hanno costretto mio marito a fare appello a chiunque avesse informazioni sul caso dell’Imam Musa Sadr di fornirle alla famiglia del leader religioso. Dopo che i rapitori hanno visto che Hannibal non aveva le informazioni che cercavano, lo hanno consegnato alle forze di sicurezza libanesi sulla strada di Baalbek che lo hanno arrestato senza un mandato trattenendolo per tre giorni fino a quando non è stato ascoltato dal giudice per le indagini preliminari che non aveva più giurisdizione sul caso dal 2008 e che lo ha ascoltato per lo stesso motivo per cui era stato rapito. Nel 2008 le autorità libanesi hanno incolpato della sparizione dell’Imam, il padre di Hannibal, Muammar Gheddafi. Nel 1978 Hannibal aveva solamente due anni. L’arresto e l’interrogatorio di Hannibal è stato fatto senza alcun preavviso o mandato di arresto emesso di alcuna autorità giudiziaria e solamente alcuni giorni fa è stato condannato ad un anno e tre mesi, più una molta di 2 milioni di lire libanesi per oltraggio alla magistratura”.

La nuova ribalta

Nei giorni precedenti il vilipendio della bandiera libica, il caso di Hannibal Gheddafi era tornato alla ribalta. Il primo gennaio 2019, è apparsa sui social media la notizia della liberazione del delfino libico, sebbene la famiglia non ne fosse a conoscenza. Nei giorni successivi l’agenzia Sputnik seguita dai media internazionali affermava un’interessamento della Russia nel caso Gheddafi, sostenendo che il Cremlino stesse facendo pressioni su Beirut affinchè Hannibal venisse rilasciato, lasciando intendere una richiesta da parte del fratello, Saif al-Islam, di cui tuttavia non si hanno notizie dalla sua liberazione a Zintan nel giugno 2016, se non per interposta persona.

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