Dio salvi la Libia… e le sue bellezze!

I giovani libici ci accompagnano alla scoperta del loro paese.

Di Vanessa Tomassini.

Parlando con i giovani libici ci si accorge che spesso la politica e le cattive notizie rischiano di oscurare la bellezza ed i tesori del loro amato Paese. Certamente è difficile comporre una geografia e una storia dell’arte della Libia in poche righe, ma con l’aiuto di ragazzi e ragazze del posto e gli scatti mozzafiato di alcuni fotografi, andiamo alla scoperta di alcuni dei luoghi più affascinanti, resi ancora più suggestivi, talvolta, dalle tradizioni e dai costumi secolari dei loro abitanti, o dagli eventi che li animano.

La fotografa Hiba Shalabi ha lanciato già da tempo la campagna “Save the old Tripoli”, salva la vecchia città di Tripoli, immortalando nei suoi scatti l’antica Medina che rischia di andar perduta a causa dell’incuria. Tarabulus, questo il nome in arabo della capitale, fu fondata dai Fenici nel VII secolo che la nominarono Oea. È la città più grande della Libia, si trova nel nord-ovest del paese nordafricano, ai margini del deserto, su un punto di terra rocciosa che si proietta nel Mar Mediterraneo formando una baia.

Le acque turchesi, in alcuni tratti cristalline, ed i suoi grandi edifici imbiancati le hanno fatto meritare il titolo di “sirenetta” o “sposa” del Mediterraneo. Hamed ci accompagna nel centro della capitale, tra il traffico delle sue rotonde, mentre Alsehery ci mostra l’imponente cattedrale, Piazza Martiri dopo l’acquazzone, e Tripoli by night. Voliamo con la mente a Street Muralis, lungo la costa a pochi passi dal centro svetta l’Hotel Corinthia e le 4 torri, indimenticabile la vista dalla piscina dell’Hotel al-Wadan, passando dall’arco di Marco Aurelio, mentre all’imbrunire è impossibile resistere al fascino del castello rosso, Assai al-Amra, che ospita il museo archeologico.

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Dirigendoci verso sud-est dalla capitale arriviamo nella città di Tarhuna, nel distretto di Murqub. La città prende il nome da quella dei suoi abitanti pre-romani, una tribù berbera. Tra il XIX e la metà del XX secolo questa ridente cittadina a 40 km dalla costa era conosciuta con il nome di al-Boira per poi assumere il nome odierno dopo l’indipendenza libica. Nel centro della città, proprio di fronte alla moschea di Tarhuna, c’è un memoriale dedicato ad Ali Swidan Alhatmy, un eroe nella battaglia di El-Shqiga, del 18 giugno 1915, contro i colonizzatori italiani. Alhatmy fu catturato nel 1922 e impiccato nella pubblica piazza. Ali Walid ci mostra qualche foto del passato, ma sono tante le bellezze naturali, come le cascate tra le rocce e i verdi apezzamenti sulla valle verso la costa.

Un altro gioiello gioiello poco conosciuto, a 150 km dalla capitale, è la fortezza di al Haj (Qasr al-Haj). Fu costruita a metà del XII secolo d.C. dallo sceicco Haj Abdullah bin Mohammed bin Hilal, consta di 114 stanze richiamando la struttura del Corano, oltre a 30 Zardab, il numero delle parti del libro sacro. La struttura circolare copre un’area di 1188 metri quadrati. Il castello rapresenta per alcuni un esempio di architettura berbera in Libia e sarebbe servito, secondo gli studiosi, come struttura di deposito, creata per conservare i raccolti delle popolazioni semi-nomadi ed in parte insediate nella regione. La struttura sorge in un punto strategico, ci racconta AbdulSalam, crocevia tra le città della montagna occidentale e la costa.

Tripoli in greco significa 3 città ed indicava durante il periodo della Magna Grecia la regione degli Emporia costituita da Oea (l’attuale Tripoli), Sabratha e Leptis Magna, tutte e 3 fondate dai fenici di Tiro, lungo la costa. Così come la capitale, anche Sabratha fu un avamposto commerciale allo sbocco di un’importante via carovaniera.

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Dopo essere caduta sotto il dominio di Cartagine, Sabrata passò per breve tempo al regno di Numidia sotto Massinissa, poi nel 46 a.C. fu presa dai romani, sotto i quali godette di una nuova prosperità. All’epoca dei Severi la città venne completamente ricostruita ed abbellita, soprattutto grazie al fatto che l’imperatore Settimio Severo era nativo della vicina Leptis Magna. Numerosi edifici pubblici vennero ricoperti di preziosi marmi. Proprio a quell’epoca risale il monumentale teatro in riva al mare. Sono tantissimi i resti di ville, busti e sculture del periodo romano arrivati fino a noi. Così mentre passeggiamo nell’antica Roma, ecco spuntare un gruppo di giovani libici a cavallo…

Anche Leptis Magna fiorì prima sotto i Cartaginesi e poi sotto l’impero romano, secondo Plinio la città venne fondata dai fenici intorno al 1100-1000 a.C., ma le indagini archeologiche sembrano ricondurre piuttosto al VII secolo a.C.

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Camminando nell’emporio romano, l’arco di Settimio Severo è uno dei monumenti più celebri di Leptis. Fu eretto nel 203 d.C., in occasione di una visita dell’imperatore alla sua città natale, per rendere onore a lui e alla sua famiglia. Il nucleo della struttura fu costruito in pietra calcarea e poi rivestito in marmo. Quella che vediamo oggi in realtà è una ricostruzione semi-fedele dell’antico monumento, al pieno recupero del quale gli archeologi stanno tuttora lavorando. Celebri sono anche le terme di Adriano risalenti al II secolo, i resti del Tempio delle Ninfe, del Foro dei Severi e la via colonnata che conduce alla porta Bizantina. Leptis Magna è entrata nella lista dei patrimoni dell’umanità dell’Unesco nel 1982.

Lasciamo la Tripolitania per scoprire i tesori della Cirenaica. La regione prende il nome dall’antica Cirene, la colonia greca, poi romana, nel distretto di al-Jabal al-Akhdar, sulle coste del Mediterraneo, vicino all’odierna cittadina di Shahat. Cirene fu fondata intorno al 630 a.C. dai dori che provenivano da Thera, l’odierna isola di Santorini nell’Egeo, e pretendevano di discendere da Euristeo. Secondo la leggenda fu l’oracolo di Delfi a consigliare ai terei di fondare una colonia in Libia.

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Cirene fu una fiorente monarchia sotto Aristotele Batto ed Arcesilao IV, quest’ultimo divenne re nel 470 a.C. e la sua partecipazione ai giochi pitici di Delfi nel 462 fu celebrata da Pindaro nella quarta e quinta ode pitica che narrano il trionfo del re di Cirene nella gara delle bighe. Arcesilao dovette fronteggiare una feroce opposizione e nel 440 fu esiliato, poi assassinato nella vicina Esperide-Berenice, l’odierna Bengasi. Con la fine della monarchia di Arcesilao, Cirene fu riorganizzata in una democrazia che permase fino all’era ellenistica, quando la città entrò nell’orbita del regno tolemaico d’Egitto, pur conoscendo qualche periodo di indipendenza.

Risale a quest’epoca la costituzione della cosiddetta Pentapoli cirenaica, federazione formata insieme alle città di Apollonia, che fungeva da porto di Cirene, Teuchira-Arsinoe, Esperide-Berenice e Barce, cui si aggiunse in un secondo tempo il porto di quest’ultima città, Tolemaide. Nel III secolo a.C. tra queste colonne dove posa Ali Ahmed si radunavano i cosiddetti filosofi cirenaici, come Aristippo. A Cirene nacquero il poeta Callimaco nel 310 a.C. ed il geografo, astronomo Eratostene nel 276, tanto da meritarsi il titolo affettuoso di Atene d’Africa. Dopo un periodo di protettorato romano nel corso del II secolo a.C. restò ai Tolomei fino a che uno di costoro, Tolomeo Apione, re di Cirene per vent’anni, decise di lasciare in eredità a Roma sia la città, sia il resto della Pentapoli cirenaica, nel 96 a.C.. Solo nel 74 a.C. Cirene e la Cirenaica furono elevate, insieme a Creta, al rango di provincia romana.

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Le testimonianze dell’antica Cirene sono un po’ ovunque a Shahat, come dimostrano questi scatti che ci mostra Mahmoud. Panorami mozzafiato e case private adornate da ninfe e mezzi busti greco-romani, mentre il sole si nasconde dietro la collina. Il repertorio artistico ha subito diversi danni durante gli ultimi 7 anni di conflitto, che per fortuna non è riuscito a scalfire la bellezza naturale di questi luoghi. Lungo le strade verso Beida e Bengasi, si possono ammirare estesi fazzoletti di prato dove gli animali pascolano indisturbati. Da queste foto sembra quasi poter sentire l’odore del’erba ancora bagnata, mentre l’asfalto deve ancora asciugarsi dall’ultimo acquazzone estivo.

Nel Golfo della Sirte sorge maestosa Bengasi. Il suo nome attuale deriva da quello di un benefattore della città chiamato Ghazi o “Sidi Ghazi” che morì nel 1450, da qui “Bani Ghazi”, ossia abitata dai “figli di Ghazi”. La città sorge poco più a sud di Berenice che, secondo la mitologia greca, fu fondata nel 446 a.C. con il nome di Euesperide dal fratello del re di Cirene, ma assunse il suo nome di Berenice solo quando, nel III secolo a.C. fu ricostruita dalla figlia di Magas, re di Carene, e moglie di Tolomeo III Evergete, faraone d’Egitto. In seguito, alla città fu dato anche il nome di Hesperides, le guardiane del paradiso ad occidente. La città soppiantò Cirene e Barca come capitale della Cirenaica dopo il III secolo a.C. e durante le guerre puniche. Quando fu sottomessa nel 642-643 dagli Arabi, che dettero alla regione cirenaica e alla cittadina che ora si chiama Marj il nome di Barqa, essa assunse la forma d’un villaggio insignificante cresciuto su maestose rovine.

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Nel 1578 i Turchi ottomani invasero Bengasi. Sotto l’impero ottomano levantini, maltesi, greci ed ebrei formavano la borghesia commerciale, turchi, arabi e berberi la classe politica, e i neri africani svolgevano le mansioni più umili, come manovali e domestici. La città era un fiorente porto per la tratta degli schiavi verso i mercati arabi, finché i consoli europei non si mossero per la sua abolizione poco dopo la prima guerra mondiale. Nel primo decennio del XX secolo, Bengasi era una delle province più povere dell’Impero ottomano, non aveva strade asfaltate ne servizi telegrafici ed il porto era poco funzionante. Pescatori di spugne greci e italiani lavoravano attorno alla costa di Bengasi. Nel 1858 e nel 1874, la città conobbe il flagello della peste bubbonica. Oggi è la principale città della regione orientale; in questi scatti Sohail Nakhooda è riuscito a catturare tutta la sua bellezza all’imbrunire.

A seguito della guerra italo-turca del 1911 voluta dal Governo italiano presieduto da Giovanni Giolitti, la città, assieme alla regione cirenaica, fu annessa al Regno d’Italia assieme alle regioni della Tripolitania. Nel 1912 la Turchia, sconfitta, fu costretta a riconoscere la sovranità dell’Italia e a ritirare le sue truppe. L’insediamento italiano, tuttavia, si scontrò con una forte resistenza locale, il cui simbolo resta ancora oggi, Omar al-Mukhtar, venerato in tutto il paese come eroe nazionale. Oltre ai resti dei mezzi italiani dopo i bombardamenti della seconda guerra mondiale, sono tantissime le testimonianze della colonizzazione italiana. La più suggestiva è senza dubbio la cattedrale, costruita tra il 1929 ed il 1939 dagli architetti Ottavio Cabiati e Guido Ferrazza. La chiesa, attualmente in disuso, fu utilizzata come quartier generale dell’Unione Socialista Araba. Resta ancora oggi la chiesa più grande mai costruita in nordafrica.

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Omar ci mostra invece lo zoo della città, o al-Fuwayhat, costruito nel 1956. La struttura è stata in passato un vero e proprio parco turistico tanto che nel 1991, la ditta italiana Cairtieri Trieste firmò un contratto da 2 milioni di dollari per fornire una barca a basso pescaggio di nome Al-Berka, per fare escursioni turistiche sulla laguna all’interno del parco.

Ed ora è il momento che tutti stavamo aspettando: un tuffo nelle acque turchesi che baciano la Libia. Da est ad ovest del paese è un continuo susseguirsi di golfi ed insenature, che danno vita ad uno spettacolo unico. Grotte e tratti rocciosi lasciano spazio alla sabbia in alcuni punti lungo una costa di 2.000 km, 1.240 miglia, la più lunga nel Mar Mediterraneo. La maggior parte sono deserte, remote e piuttosto selvagge, il che le rendono ancora più affascinanti. Come non restare incantati da questi scatti di Sanad Alahlafi?

Mahmoud ci raccomanda di non dimenticare Ras Hilal, o Ras al-Helal, un villaggio sulla costa ai piedi del monte Jebel Akhdar nel distretto di Derna, nella regione nordorientale della Cirenaica. Ras al Helal in arabo significa “mantello a mezzaluna”, dalla forma del promontorio a mezza luna, appunto, se vista dall’alto delle montagne circostanti, dove questi ragazzi hanno acceso un falò sotto le stelle in queste calde notti d’estate.

Così dopo un tuffo dove l’acqua è più blu, siamo pronti per attraversare il deserto libico e tuffarci nei suoni e i colori caldi del sud della Libia. Tra le dune del Sahara e le rocce di montagne ancora inesplorate si nascondono tesori e segreti, storie e tradizioni di popoli nomadi che ne fanno gelosamente da custodi.

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Faraj ci accompagna alla scoperta delle montagne di Akakus, magnificamente immortalate da Sanad Alahlafi. Tadrart Acacus è un’area montuosa del Sahara, nel Fezzan, nella parte sud-ovest della Libia, vicino alla città di Ghat. L’altezza massima è di 1410 metri. L’Acacus ha una grande varietà di paesaggi, dalle dune di vari colori ad archi, gole, rocce e montagne. Di particolare fascino sono gli archi di Afzejare e Tin Khlega. Benché quest’area sia una delle più aride del Sahara, è presente della vegetazione, tra cui la Calotropis procera. In queste grotte secolari, al riparo dal vento e dal sole, si nasconde una grande collezione di arte rupestre preistorica, che raccoglie immagini di caccia e di vita quotidiana dei nostri antenati, nonchè leoni, elefanti, giraffe che testimoniano che un tempo il deserto libico era verde.

Nell’estremo sud-ovest della Libia, presso il confine con l’Algeria, spunta l’oasi di Ghat, nella valle fra il massiccio del Tadrart Acacus e l’altopiano del Tassili n’Ajjer algerino. Il piccolo villaggio si trova a sud della montagna degli spiriti dove, secondo i Tuareg, dimorano i jinn, creature soprannaturali, nè angeli nè umani, estremamente maligni.

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A Ghat si parla tamadjeq, una varietà di berbero molto affine al tuareg. Di essa si possiedono a tutt’oggi descrizioni molto incomplete e antiquate: il testo più esteso è quello di Nehlil, risalente al 1909, scritto con materiale raccolto nel sud tunisino presso un solo locutore che vi si era trasferito dal alcuni anni. E’ stata per anni, a partire dal 2000, un’ambita meta turistica proprio per il fascino dei suoi tesori nascosti e per l’originalità dei suoi abitanti, come ci mostra l’artista libico Abdulaziz Alhasnawi.

Il nostro viaggio per il momento termina qua, avremmo potuto parlare di molto altro perchè la bellezza anche in Libia è negli occhi di chi guarda. La possiamo trovare nel volto di un bambino che corre o nelle rughe di una vecchia donna, in un abito tradizionale o nella locandina di un film, in una tazza di tè o nello sguardo di un innamorato, nel cielo stellato del deserto o sotte le nuvole di una grande città, nella maestosità di un palazzo o nella semplicità di una tenda. Perchè come disse David Hume “la bellezza non è una qualità delle cose stesse, essa esiste soltanto nella mente che le contempla, e ogni mente percepisce una diversa bellezza”.

***Si ringrazia: Hiba Shalabi, Abdulaziz Alhasnawi, Sohail Nakhooda, Sanad Alahlafi, Rauf Bojafer, Hamed Alzwy, Ali Elfarsi, Omar Fanoush, Faraj Aljarih, Alsehery, Organization for Development of Old City of Tripoli e tutti quanti coloro hanno contribuito alla realizzazione di questo report.
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2 thoughts on “Dio salvi la Libia… e le sue bellezze!

  1. sono posti bellissimi ed i monumenti si sono conservati al meglio.Ci sono stato anni addietro con docenti di archeologia.Magnifico poter ritornare.

  2. Grazie per il magnifico articolo molto accurato spero che in un futuro non lontano il mio paese possa essere riconosciuto per i suoi tesori storici e Umanitari, non solo dal mondo ma dai libici stessi , abbiamo una storia interessante piena di civiltà e popolazioni he sono passate o residenti alcune in questo articolo ed altre non . Libia un paese perfettamente posizionato sul mediterraneo con tantissimo da offrire al’umanità se solo avessimo l’oppIrtunita di ricostruire il nostro paese politicamente e socialmente.

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