-A cura di Vanessa Tomassini

“Tripoli la sposa del mare ha visto tutte le età e civiltà racchiuse, come in una stanza, nei suoi monumenti. Tripoli è la terra della pace e dei suoi abitanti buoni. La nostra città è una piccola Libia, dove tutte le tribù e tutte le culture convivono. Ma ci sono anche cose che tu non hai potuto vedere come la fila di fronte alle banche, alcune milizie nelle zone fuori dal centro ed aree povere che necessitano di infrastrutture.    

  Se il mondo ci lasciasse, supereremo tutti i paesi arabi ed europei”

 Ahmed I. (28 anni)

Il 23 aprile scorso, vi raccontavo della mia permanenza nella capitale libica, Tripoli.  Nell’editoriale, pubblicato in esclusiva su Notizie Geopolitiche, con un pizzico di malinconia e ancora con tante emozioni nel cuore, descrivevo il clima di sicurezza, le strade e il chiacchiericcio di fronte ai bar, il traffico e i clacson di una ridente città costiera, desiderosa di dimenticare il passato e voltare pagina. Ho tralasciato di parlarvi dello shopping il giovedì pomeriggio, dove mi divertivo a provare abiti tradizionali libici, marocchini e turchi e non mi sono neanche dilungata nello scrivere di un’uscita serale lungomare, la colazione al baldacchino della Nutella e i regali fatti per gli amici in Italia e per quelli – tanti- appena conosciuti in Libia. Non potevo neanche immaginare che una settimana, o poco più tardi, il 3 maggio, qualche pazzo convinto di guadagnarsi un posto in paradiso, potesse attaccare la sede dell’Alta Commissione Elettorale Nazionale uccidendo 13 persone.

Come spesso accade in questi casi, alcuni giornalisti – applicando la regola “le brutte notizie fanno notizia, quelle belle no” – hanno iniziato ad aprire una serie di discussioni e riflessioni, a volte forzate. Solo alcuni giorni fa, una nota testata italiana descriveva Tripoli come uno scenario apocalittico, senza collegamenti aerei, una città preda di milizie e interessi stranieri, dove le emergenze come un attentato terroristico, vengono gestite dalle Katiba, il tutto in mezzo ad una tempesta di sabbia. Tralasciando le innumerevoli imprecisioni – a partire dalla marcia di Haftar data per attesa il quindici maggio, quando è già stata trasmessa da tutti i media satellitari la settimana scorsa – è bene ricordare che i voli da Tunisi a Tripoli sono oltre nove al giorno, forniti dalle compagnie: Libyan Wings, Afriqyha Airways, Libyan Airlines ed al-Buraq. Inutile dire che se domattina andassi a Malpensa e volessi andare a Parigi senza prenotazione, probabilmente attenderei ben più di 12 ore qualora tutti i voli fossero al completo. Senza entrare nel dettaglio delle vicende politiche, che poco ci interessano, vista la fragilità e dinamicità dello scenario libico, abbiamo chiesto a diversi giovani di Tripoli come vedono e vivono la loro città alla luce del recente attacco terroristico.

Mohamed ha 28 anni è nato e cresciuto nella capitale, sorridendo ci spiega: “la vita a Tripoli scorre molto normalmente, ci sono molte pattuglie della Forza Deterrente che controllano e combattono la criminalità; come Ghneoua, l’area di Abuslim è considerata la zona più densamente popolata ed è controllatissima mentre gli uomini di Haytham al-Tajouri, la polizia sotto l’ombrello della prima divisione di sicurezza, controllano e garantiscono sicurezza in diverse aree”. “Il problema nasce – aggiunge Mohamed – quando le forze che hai forgiato combattono tra loro, perché ognuna di esse ha una tendenza, una visione. Tuttavia Tripoli, la capitale e la città che ha resistito a qualsiasi aggressione, non è mai morta, potrebbe essere malata, ma resiste e vince. La vita è normale e le persone vivono regolarmente, nonostante tutte le circostanze. Ci sono problemi legati al terribile aumento del prezzo del dollaro sul mercato nero e alla mancanza di accesso da parte delle banche. Questo è ciò che conta per la gente di Tripoli, perché siamo una città che non ama le guerre e la sua gente è molto pacifica, non abbiamo il fanatismo di nessuna regione, né entriamo in competizione con l’altro, anzi accogliamo persone di tutte le altre città. In breve, la vita a Tripoli rimane bellissima, qualunque cosa accada soprattutto dopo la cacciata delle forze di Misurata”.

Un suo coetaneo, Muhannad, riguardo alla polizia ci confessa: “le forze di sicurezza non sono sufficientemente addestrate alla disciplina e al rispetto delle procedure e dei regolamenti. Ne conosco alcuni che hanno problemi psicologici. Io ho studiato medicina ed è chiara la loro sindrome post-guerra. Nessuno si preoccupa per loro, e gli interessati non ne parlano, non lo riconosceranno mai, perché tali disturbi nella nostra cultura locale sono visti come una vergogna. L’Italia e l’Unione Europea dovrebbero agire in modo costruttivo per aiutare la Libia”. Qualcun altro invece, come Mahmoud, crede che se alcuni Paesi europei e gli Stati Uniti si facessero da parte la Libia e molti altri paesi arabi starebbero molto meglio.

Haytham di anni ne ha 32 e vede la sua città sotto altri aspetti che per lui sono più importanti: “Tripoli è la capitale della cultura, dell’economia, delle istituzioni. La città che offre un’opportunità per tutti, per i libici e per tanti africani che fuggono dai loro paesi. Siamo un groviglio di culture, di nazionalità e tradizioni. Amiamo la nostra città, la nostra terra, le nostre radici. Studiamo, lavoriamo, facciamo sport, preghiamo. Il terrorismo non ci appartiene, vogliamo la pace e un futuro sereno per i nostri figli”. Anche Mahmoud difende la sposa del mare. “La mia città è bellissima, la vita è normalissima” ci dice, aggiungendo di sentirsi sicuro quanto prima.

Non poteva mancare il punto di vista di una giovane ragazza di 22 anni, Etehdal, che ci racconta la sua giornata: “Quando mi sveglio la mattina, vado all’università o a lavoro, torno a casa, prego e chiacchiero di qualsiasi cosa, ogni tanto vado a fare shopping con mia mamma, mia sorella o mio papà. La sera tardi per noi ragazze non è consigliabile di uscire così passo il tempo su Facebook o guardando qualcosa alla tv o chattando con gli amici. Niente di particolare o pericoloso… una vita normale!”. Eppure parlare con una straniera non sempre è raccomandabile, così qualcun altro più sospettoso si interroga: “qua è tutto tranquillo, ma non è che lavori per la CIA?”. E magari stavolta, rileggendosi, gli scapperà un sorriso.

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