Libici in fuga. La Alan Kurdi sbarca a Pozzallo

Di Vanessa Tomassini.

Guerra, milizie armate e mancanza di servizi di base spingono sempre più libici ad abbandonare il proprio Paese dal 2014. Per la prima volta una nave umanitaria, la Alan Kurdi della ong Sea Eye, la notte di Natale ha soccorso nel Mediterraneo un’imbarcazione in difficoltà con a bordo 32 migranti, tutti di nazionalità libica. Una notizia che lascia ben intendere il generale peggioramento della situazione nel Paese nordafricano, dove milioni di persone sono private dell’accesso ai servizi essenziali, come acqua, elettricità ed istruzione.

I migranti, tra cui donne e bambini sono stati disimbarcati al porto siciliano di Pozzallo e trasferiti nell’hotspot, ad eccezione di una mamma all’ottavo mese di gravidanza e suo figlio piccolo, che insieme ad un altro bimbo con una sospetta bronconite, sono stati trasferiti in ospedale perchè bisognosi di assistenza. Le organizzazioni umanitarie e le autorità italiane hanno confermato che i 32 libici non riportano nessun caso di scabbia, segno che sarebbero rimasti soltanto per un breve periodo nei centri di detenzione, o nelle case dei trafficanti, prima di compiere lo spaventoso viaggio nel Mediterraneo. Il Viminale ha deciso domenica di assegnare Pozzallo come porto sicuro tenendo conto della presenza a bordo di persone in condizioni di vulnerabilità, per le quali è stata anche chiesta l’evacuazione medica, dopo il rifiuto da parte di Malta.

Non solo guerra e mancanza di sicurezza tra le ragioni che spingono i migranti a partire. Uno studio condotto da Brief ed UNHCR ha riportato che nel 2018, 399 rifugiati e richiedenti asilo libici hanno raggiunto le coste italiane viaggiando irregolarmente in barca dalla Libia, il 2,6% di tutti gli arrivi in ​​Europa quell’anno. Questa tendenza – sottolinea il rapporto – si basa su un aumento proporzionale di rifugiati e richiedenti asilo libici che dal 2016 arrivano in ​​barca in Italia. Nel 2016, 887 libici hanno attraversato il Mar Mediterraneo per approdare sulle coste italiane e nel 2017, nonostante una riduzione del 34% degli arrivi complessivi, 1.234 i libici fecero il viaggio attraverso il Mediterraneo, inclusi 216 bambini non accompagnati, o separati dalle proprie famiglie.

Allo stesso tempo, nel Multi-Sector Needs Assessment 2018, la valutazione più completa sui bisogni umanitari dei libici in tutto il paese, REACH ha scoperto che, secondo quanto riferito, il 16% degli intervistati aveva un membro della famiglia che voleva lasciare la Libia. La maggior parte delle ragioni riportate sono state: l’intenzione di studiare all’estero, citata dal 41% delle famiglie, la mancanza di opportunità di lavoro, citata dal 33% e la mancanza di sicurezza nell’area, segnalata dal 29% delle famiglie.

UNHCR aveva dichiarato a Speciale Libia nel 2017 che “i migranti di nazionalità libica intervistati riferivano di aver ricorso ai trafficanti a causa della mancanza di percorsi legali e sicuri per lasciare la Libia. Hanno affermato che le tasse sul contrabbando per i libici sono aumentate e che quindi cercano di non rivelare la loro nazionalità ai trafficanti per evitare di pagare di più rispetto a persone provenienti da altri Paesi. Alcuni libici hanno riferito di aver pagato circa 1.000 euro per attraversare il mare dalla Libia all’Italia. Inoltre, i libici provano a lasciare le coste libiche in gruppi usando piccole imbarcazioni e partendo da porti che non sono controllati dalle milizie”.

E’ chiaro che il conflitto in corso a sud della capitale Tripoli tra l’Esercito nazionale (LNA) e le milizie affiliate al Governo di Accordo Nazionale (GNA) ha notevolmente peggiorato la situazione, soprattutto alla luce del clima di inquisizione e militarizzazione del Paese da parte dei gruppi armati.

Civili continuano a denunciare a Speciale Libia crimini da parte delle milizie affiliate al Ministero dell’Interno e della Difesa del GNA. Domenica una famiglia ha riferito che le milizie di Misurata stanno fermando i residenti di Habda Kadra (o collina verde) per controllare i cellulari. “Arrestano quelli che hanno foto di Haftar sul cellulare, o qualsiasi messaggio o materiale in sostegno di Haftar”. Afferma la nostra fonte residente a Salah el-Din, vicino all’Università di Tripoli. Situazioni simili vengono riportate a Sirte e lungo le principali arterie verso la capitale.

Leggi anche: Il racconto di Mahdy: “A 21 anni ho mollato le milizie e sono scappato in Italia via mare”

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: