Il racconto di Mahdy: “A 21 anni ho mollato le milizie e sono scappato in Italia via mare”

Di Vanessa Tomassini.

I giovani di Tripoli sparano per denaro. I giovani di Tripoli combattono più per soldi, che per ideali. Giocano a fare i gangster, istigati da ciarlatani oltremare, che troppo spesso utilizzano il loro stesso linguaggio di strada per supportare questo o quel partito. La sua storia, per certi versi simile a quella di molti ragazzi della sua età, racconta l’angoscia di quell’ambiente ostile, che loro stessi hanno contribuito a creare al suono di colpi di mortaio, ma anche il desiderio e la speranza di cambiamento che hanno spinto due giovani fratelli ad affrontare il mare, a mollare tutto, lasciasciandosi alle spalle odio, violenza e morte. Mahdy oggi vive in un centro di accoglienza nel centro Italia con suo fratello, ma la sua famiglia è rimasta a Tripoli dov’è nato e cresciuto.

-Quanti anni hai Mahdy?

“21 anni”.

-Con quale milizia lavoravi?

“Abu Selim, ho lavorato con loro da quando avevo 16 anni e so bene cosa accade nelle loro prigioni perché ci ho passato 4 anni. Abdul Ghani mi conosce bene”.

-Vivevi ad Abu Selim?

“La casa di mio zio è ad Abu Selim”.

-Perché hai lasciato la cosiddetta Central Security?

Stavano sfruttando i giovani nelle guerre e io non volevo andare, questo per loro è un tradimento. L’unica cosa che potevo fare per sopravvivere era immigrare in Italia, così ho lasciato la Libia via mare il 5 giugno 2018”.

-Sei arrivato in Italia con la barca? Ora hai i documenti?

Sì, sono partito con la barca da Garabulli, prima di al-Khamis, dopo essere stato trasferito dalla città di Zuwara. Ho un permesso di soggiorno valido sei mesi e ho finito le mie due sessioni per ottenere l’asilo all’inizio di quest’anno, ora sto aspettando una risposta”.

-Quanto è costato il viaggio?

“Ogni persona ha il suo prezzo, io e mio fratello abbiamo pagato 9000 dinari libici, una parte in euro e parte in valuta libica. In tutto eravamo 120 persone, tra giovani e famiglie”.

-Avete viaggiato con altri africani o eravate tutti libici?

“Con noi c’erano arabi ed africani, io e mio fratello eravamo dalla Libia, il resto proviene dall’Africa, Marocco, Algeria, Tunisia e la maggior parte erano famiglie con i loro figli. Siamo stati 18 ore in barca dopo di che è arrivata una nave da guerra italiana (probabilmente una nave della marina ndr)”.

-Com’era questa barca su cui viaggiavate? Di legno o un gommone?

“Era una barca di gomma lunga 13 metri”.

-Hai delle foto del viaggio in mare?

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Le foto sono state modificate per tutelare Mahdy e la sua famiglia a Tripoli

“Vorrei poter trovare le cure a cui stavo pensando, ma è più difficile di quanto mi aspettassi, non abbiamo trovato nessuno disposto ad aiutare me e mio fratello in questo posto. Vogliamo solo studiare, imparare e costruire il nostro futuro, ma nella città in cui ci troviamo non c’è niente, nemmeno una scuola di italiano. La più vicina è a Roma, ma è troppo difficile e costosa da raggiungere tutti i giorni. Abbiamo chiesto di trasferirci in qualsiasi altro posto, ma nessuno risponde”.

-A chi lo hai chiesto?

“Alla responsabile del centro dove siamo, una donna che gestisce un ex albergo dove il ristorante funziona ancora”.

-Chi ha organizzato il tuo viaggio via mare?

“Molte persone, i responsabili del viaggio sono due fratelli della città di Zuara, ma prima di arrivare al punto di partenza siamo passati per diverse città”.

-Milizie?

“Sì, siamo rimasti con loro un mese o più prima di partire”.

-Non sapevate prima il giorno e l’ora della partenza?

“Nessuno sapeva quando saremmo partiti. Abbiamo passato un mese spostandoci da un posto all’altro nelle fattorie. Ci hanno trattato malissimo soprattutto gli ultimi giorni, spesso gli africani venivano picchiati. I primi giorni ci portavano da mangiare, colazione pranzo e cena. O meglio, ci portavano il cibo e poi ci cucinavamo da soli. Dopo quasi 10 giorni è iniziato il Ramadan e ci davano due pasti per la notte. Mi ricordo che di notte sparavano alla fattoria. I proprietari lavoravano con le milizie ed una volta ci hanno sparato ai piedi”.

-Eravate liberi di uscire?

“No, erano loro a portarci il cibo. Uscivamo solo per essere trasferiti da un posto all’altro”.

-Chi erano i proprietari di queste fattorie? Ricordi i nomi?

“Uno si chiamava Saleh, un altro Akram e suo fratello Mohab, detto Haj Fares”.

-Ricordi altro?

“Era una grande banda, ogni giorno vedevamo facce nuove, i nomi che ti ho dato erano la base del gruppo. La fattoria si trova vicino ad una stazione di servizio a Garabulli, sulla strada c’è una moschea bianca molto conosciuta dalla gente del posto”.

-Avevi con te il telefono?

“Sì, tutti hanno un telefono, ma c’è stato un momento in cui gli uomini armati hanno rubato un sacco di cellulari con la forza”.

-Mi spieghi meglio il giro che avete fatto in Libia prima di partire?

“Da Tripoli un tizio con una macchina bianca ci ha portati a Zuara dove ci siamo fermati in un caffè, poco dopo, Haji Faris ci ha portato in una casa dove siamo rimasti per una decina di giorni. Dopo di che ci hanno portato nella fattoria nell’area di Garabulli”.

-C’è una cosa che non capiamo. Tu sei libico, perché non te ne sei stato a casa tua fino al momento del viaggio?

“Perché nessuno sapeva che io e mio fratello eravamo libici. Haji non vuole avere a che fare con i libici, non so perché, forse non vuole avere problemi. Noi abbiamo detto che venivamo dal Marocco”.

Come sapevi che questo signore non vuole avere a che fare coi libici?

“Un mio amico aveva provato prima di me. Abbiamo capito che c’è una rete, chiedono soldi a coloro che arrivano dal Marocco e dall’Algeria, poi c’è un’altra rete per gli africani che arrivano dal sud”.

-Sono morte delle persone durante il viaggio?

“C’erano alcuni problemi, ma nessuno è morto”.

-Fino a quel momento tu lavoravi con la milizia di Abu Selim, hai detto loro che saresti partito?

“No, non l’ho detto a nessuno”.

-Neanche la tua famiglia sapeva del viaggio?

“La mia famiglia l’ha saputo dopo, quando sono arrivato”.

 

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