Critiche alla Corte d’Appello di Tripoli sul caso del massacro di Abu Selim

Di Vanessa Tomassini.

Domenica scorsa il nono distretto della Corte d’Appello di Tripoli ha emesso un verdetto di assoluzione per i 13 imputati nel caso dell’incidente avvenuto nel 1996 nel carcere di Abu Salim. Le accuse sono cadute per la magistratura libica perchè superato il periodo di contenzioso consentito dalla legge libica, fissato a dieci anni. Sebbene la sentenza, secondo lo stesso tribunale, “contraddice il principio di non impunità”, rispetta il principio di indipendenza della magistratura, la separazione dei poteri, l’obiezione con mezzi legali, così come i principi costituzionali e i valori ispiratori della rivoluzione del 17 febbraio, nonchè dello “Stato civile democratico per il quale i nostri eroi stanno combattendo oggi al fronte”.

La Corte ha spiegato inoltre che “l’emissione di questa sentenza a Tripoli conferma la disponibilità di un clima democratico libero, caratterizzato da trasparenza, integrità e non interferenza nella magistratura, nonostante le sfide e gli ostacoli che ci circondano, nonostante le campagne di disinformazione e gli intrighi di alcuni Paesi per contrastare il processo di trasformazione democratica in Libia”. Il caso riguarderebbe una protesta scoppiata all’interno della prigione di massima sicurezza di Abu Selim, avvenuta tra il 28 e il 29 giugno 1996, dove diverse persone tra guardie e detenuti sarebbero rimasti uccisi. Un incidente che alcuni, tra cui Human Rights Watch ed Amnesty International, basandosi sul racconto di un solo prigioniero e di familiari di alcuni detenuti rimasti uccisi residenti all’estero, hanno definito “il massacro della prigione di Abu Salim”. Human Rights Watch, nella fattispecie, ritiene che siano stati uccisi 1.270 prigionieri, definendo anche la prigione un “sito di violazioni eclatanti dei diritti umani”.

L’organizzazione ha tuttavia affermato in un rapporto che il suo staff non è stato in grado di verificare autonomamente le accuse di un massacro. Le affermazioni citate da Human Rights Watch si basano sulla testimonianza del cuoco della struttura Hussein Al Shafai, che affermava di non aver assistito alla morte di alcun prigioniero: “Non riuscivo a vedere i prigionieri morti che venivano fucilati”. La cifra di oltre 1200 morti è stata calcolata da Al Shafai infatti basandosi sul numero di pasti giornalieri che preparava mentre lavorava in cucina della prigione, aggiungendo che gli “era stato chiesto dalle guardie carcerarie di lavare gli orologi che erano stati presi dai corpi dei prigionieri morti”.

Il governo libico, tuttavia, ha sempre respinto le accuse di un massacro ad Abu Selim. Nel maggio 2005, il capo dell’Agenzia di sicurezza interna della Jamahiriya guidata dal colonnello Muhammar Gheddafi ha spiegato, rispondendo alle accuse di una fucilazione di massa, che i prigionieri avevano catturato alcune guardie e rubato armi dal deposito della prigione dando vita a degli scontri, in cui le guardie morirono mentre il personale di sicurezza cercava di ristabilire l’ordine e il Governo aprì un’indagine sull’ordine del ministro della Giustizia allora in carica. Il funzionario libico ha dichiarato inoltre che più di 400 prigionieri erano fuggiti da Abu Salim in quattro eventi prima e dopo l’incidente: nel luglio 1995, dicembre 1995, giugno 1996 e luglio 2001. Tra gli evasi c’erano uomini che hanno poi combattuto con gruppi di militanti islamisti in Afghanistan, Iran e Iraq ed organizzazioni terroristiche internazionali.

Con lo scoppiare delle primavere arabe, in Tunisia e in Egitto, l’avvocato Fathi Terbil, vicino alle famiglie delle vittime, è stato tra i primi arrestati dalle autorità libiche nel tentativo di evitare una rivoluzione. Le famiglie di Abu Selim si sono radunate per protestare contro la sua prigionia, contribuendo all’inizio della rivoluzione che ha gettato la Libia nel caos. Abdullah Senussi, capo dell’intelligence di Gheddafi sospettato di essere stato coinvolto nel massacro del 1996 avrebbe cercato di chiedere a Terbil di porre fine alle proteste.

Il 25 settembre 2011, poco dopo che il precedente Governo era stato rovesciato, il Consiglio Nazionale di Transizione (CNT) ha dichiarato di aver scoperto una fossa comune fuori dalla prigione annunciando “la verità su ciò che il popolo libico ha atteso per molti anni, e sono i corpi e i resti del massacro di Abu Salim”. Quelle che inizialmente furono descritte come le ossa di 1270 persone si rivelarono in realtà, secondo le indagini di investigatori internazionali, mucchi di ossa di animali e furono annunciate ulteriori indagini. Prima della guerra civile, l’avvocato Abdul Hafiz Ghoga ha assunto la rappresentanza legale per le famiglie delle persone uccise nel massacro e ha negoziato con Gheddafi le compensazioni.

Oggi l’Alto Consiglio di Stato libico ha criticato il verdetto della Corte di Appello di Tripoli, che rappresenterebbe l’assenza di giustizia in Libia ed un crimine rimasto impunito. Secondo una nota del Consiglio guidato dal presidente Khaled al-Meshri, esponente della Fratellanza Musulmana libica, la sentenza relativa al caso numero 100 del 2014 sul massacro di Abu Selim “delude i libici, in quanto si tratta di una questione umanitaria di grande importanza, incisa nella loro memoria e coscienza, oltre ad essere un fattore importante che ha contribuito a lanciare la rivoluzione nel 2011”.

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