Jihadisti tra i migranti diretti in Italia, un pericolo reale

Di Giovanni Giacalone.

L’arrivo del nuovo esecutivo PD/M5S pone in primo piano un cambio di strategia per quanto riguarda la gestione dei flussi migratori. Se il governo giallo/verde aveva puntato sulla linea dura basata sulla chiusura dei porti e su multe particolarmente elevate per quelle Ong che trasportano migranti verso l’Italia, il leader del PD, Zingaretti, ha già fatto sapere che i decreti sicurezza voluti da Matteo Salvini dovranno essere modificati. In poche parole, porti aperti. Del resto lo stesso ministro della Difesa uscente, Elisabetta Trenta, lo scorso aprile aveva evidenziato come la politica dei porti chiusi fosse una misura occasionale che non poteva essere risolutiva per il contrasto all’immigrazione clandestina.

C’è poi tutto il discorso legato all’operato della Guardia Costiera italiana, quanto meno discutibile, in particolare la presa di distanza nei confronti della chiusura dei porti con tanto di nota che scaricava le responsabilità sui vertici politici, come riportato dal quotidiano Avvenire:

La nota della capitaneria fornisce direttamente alla magistratura gli elementi per una inchiesta che potrebbe rivelarsi esplosiva. La comunicazione della Guardia costiera, infatti, è stata trasmessa a due procure indicando in chiaro i nomi e gli indirizzi di posta elettronica di quanti nella filiera decisionale sono coinvolti e potrebbero venire indagati per “omissione di soccorso” e trattamento inumano”.

Già un anno fa, nell’agosto del 2018, Gian Micalessin aveva messo in evidenza lo strano comportamento della Guardia Costiera con un pezzo su Il Giornale, in particolare per quanto riguardava una serie di salvataggi messi in atto nonostante le nuove politiche dei porti chiusi. Infatti, mentre Salvini raccomandava la fine delle operazioni di soccorso davanti alla Libia, il pattugliatore Diciotti compieva ben sette salvataggi in prossimità delle coste di Tripoli, caricando 937 migranti. In seguito, la Diciotti operava altri due “salvataggi” caricando 244 ulteriori imbarcati.

Micalessin si chiedeva quali fossero i motivi della sorda lotta e ne rintracciava le origini ai tempi di Mare Nostrum, quando le operazioni di soccorso venivano inizialmente affidate soltanto alla Marina Militare, escludendo del tutto la Guardia Costiera:

Un’esclusione durata solo pochi mesi visto che il governo Renzi nel 2014 allarga ben presto le operazioni ad una Guardia Costiera entusiasta di farne la propria bandiera. Talmente entusiasta da diventare successivamente la principale referente delle Ong con cui concorda decine di operazioni di soccorso fino al limite delle acque territoriali libiche. Non a caso nel luglio di un anno fa l’allora Comandante generale delle Capitanerie di Porto Ammiraglio Vincenzo Melone – chiamato a deporre dalla Commissione Difesa del Senato sulle attività delle navi delle Ong già indagate dal procuratore di Catania Carmelo Zuccaro – non esita a difenderle a spada tratta.

Una difesa scontata e obbligata visto che le missioni di soccorso ai migranti erano diventate la vera ragion d’essere della nostra Guardia Costiera e dei suoi vertici. Ora per colpa di Salvini il giocattolo si è rotto, ma loro, evidentemente, non hanno alcuna intenzione di rassegnarsi. Né tantomeno di rinunciarvi”.

Un’analisi “profetica” quella di Micalessin, visto che un anno dopo la Guardia Costiera è di nuovo in mare per “salvare vite” mentre si prospetta un nuovo esecutivo dei porti aperti.

Le ripercussioni sulla sicurezza e il fenomeno jihadista africano

Il fenomeno del flusso migratorio irregolare proveniente dall’Africa è elemento di strumentalizzazione politica e anche un enorme business “che rende più della droga”, come già ammesso da Salvatore Buzzi, uno dei principali imputati dell’inchiesta “Mafia Capitale”, su questo non ci sono dubbi.

Ciò che viene però spesso lasciato nel dimenticatoio, nonostante dati e fatti conclamati, è il rischio legato all’infiltrazione in territorio italiano ed europeo di jihadisti e soggetti socialmente pericolosi che poi si dedicano ad attività criminali una volta raggiunta la terraferma.  Le attività della mafia nigeriana ma anche i numerosi episodi di microcriminalità messi in atto da individui arrivati “con i barconi”, come ad esempio la spirale di violenza commessa da cittadini gambiani tra il 4 giugno e il 27 luglio 2019 parlano chiaro.

Il fenomeno jihadista è però quello che preoccupa di più in questo momento e ciò è principalmente dovuto alla rapida e consistente espansione dei jihadisti dell’Isis, ma anche di qaedisti, nella cintura subsahariana che va dal Mali al Corno d’Africa. Un’espansione dovuta alla consapevolezza, da parte dei jihadisti, di potersi infiltrare facilmente dove il controllo degli Stati è carente o assente. Il vecchio detto “il jihad si infiltra dove lo Stato è assente” è sempre valido.

I confini tra i paesi di quell’area sono particolarmente permeabili e trattasi di paesi ad elevata attività jihadista, come ad esempio le fazioni di Boko haram operanti in Nigeria, Camerun, Niger e Chad, mentre Jamat Nasr al-Islam waal-Muslimin e Isis nel Gran Sahara persistono nel Sahel.  In Somalia i jihadisti di al-Shabab controllerebbero circa un quarto del territorio, ma nel Paese sono presenti anche gruppi allineati all’Isis. E’ stata inoltre individuata attività di reclutamento jihadista in Gambia ma anche in Senegal (seppur con minore intensità anche a causa della presenza del Islam Murid che funge da argine alla radicalizzazione). Teniamo inoltre presente che lo scorso 18 aprile l’Isis aveva annunciato la creazione della nuova provincia dell’Africa Centrale, un messaggio chiaro sull’importanza strategica dell’area.

La fascia africana che si estende dal Mali alla Somalia offre ai jihadisti una serie di fattori di non poco conto tra cui la possibilità di usufruire della porosità dei confini e dunque di muoversi liberamente; la facilità con la quale creare roccaforti e rifugi in una vasta area scarsamente presidiata dai rispettivi governi dei paesi coinvolti; lo sfruttamento del traffico illegale di merce ed esseri umani e il facile accesso alle coste della Libia occidentale dove poter sfruttare il flusso di illegali verso le coste italiane.

In relazione a ciò è bene ricordare gli arresti avvenuti a Napoli tra aprile e giugno del 2018, dei gambiani Sillah Ousman e Alagie Touray. I due avevano partecipato a un addestramento militare in un campo mobile in Africa dove si addestrano i futuri kamikaze dell’Isis ed erano pronti a compiere attentati in Europa. Nel dicembre del 2016 erano saliti su un barcone diretto in Italia ed erano arrivati sulle coste siciliane, a Messina. Touray era stato trasferito a Napoli; Sillah in Puglia. Del resto, anche Anis Amri, l’attentatore del mercatino di Natale del dicembre 2016, era arrivato a Lampedusa nel 2011 a bordo di un barcone.

E’ plausibile che nel corso del tempo siano entrati anche altri elementi radicalizzati e addestrati, attualmente in fase “dormiente” ma pronti a colpire? Certamente non si può escludere.

Del resto nell’agosto del 2018 il sito Middle East Eye aveva pubblicato un approfondimento sulla presenza dell’Isis in Libia nel quale citava l’allarme lanciato dal colonnello delle forze armate libiche, Ali Faida, sul reclutamento di immigrati da parte di Isis e al-Qaeda: “Immigrati clandestini che cercano di raggiungere l’Europa arrivano in Libia in cerca di denaro e l’Isis li paga bene…Durante una delle nostre recenti battaglie abbiamo catturato molti foreign fighters dell’Isis che hanno confessato di essersi arruolati perché pagano bene”.

In sunto, l’espansione e il consolidamento del jihadismo in Africa in seguito alla disfatta siriana, coniugato con la permeabilità dei confini e con il traffico di migranti in partenza dai porti libici, diventa un cocktail pericolosissimo. Sottovalutare tale fenomeno, definire la chiusura dei porti “una misura eccezionale” e decidere di riaprirli significa mettere a serio rischio la sicurezza nazionale ed europea. Chi dovesse optare per tale linea si assumerà responsabilità di non poco conto, considerato che i rischi sono noti e comprovati.

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