Le tribù potrebbero salvare Tripoli, civili target degli scontri

Di Vanessa Tomassini.

Tripoli, 8 aprile 2019 – Undici morti e ventitre feriti sono arrivati a bordo dei mezzi di soccorso nella capitale libica nella giornata di domenica, secondo le stime del ministero della salute. A questi si aggiungono i sei morti e cinquantaquattro feriti della giornata precedente. Molti sono civili. Dopo l’entrata in scena delle truppe dell’esercito nazionale leale al Governo di Accordo Nazionale di Fayez al-Serraj, la coalizione di Khalifa Haftar (LNA) è stata costretta a fermare la sua marcia su Tripoli. Sono dozzine le famiglie sfollate nell’area di Warshefana, in particolare ad Azizia, dove l’LNA era entrato pacificamente nei giorni precedenti. Ora, combattendo contro i gruppi armati di Tripoli e Zintan – tra cui ha fatto la sua ricomparsa anche Haytham al-Tajouri, leader della brigata dei rivoluzionari di Tripoli – gli uomini di Haftar sparano missili alla cieca, distruggendo tutto ciò che entra nel loro obbiettivo. Linee telefoniche “saltate” rendono difficili le comunicazioni, danni sono stati riportati anche alle centrali elettriche. Stesse scene vengono riportate dai civili a Qasr Bin Gashir, dove Mohammed ci dice: “Ho sostenuto l’esercito, ho aspettato il suo arrivo nelle nostre città, ma ora mi rendo conto che è peggio delle milizie di Tripoli”. Sono dichiarazioni sincere, spontanee di chi sperava davvero in un cambio dall’esterno. Tra la gente comune, in molti vedono in Haftar un salvatore, ma l’opinione cambia dopo poche ore che l’LNA entra nelle loro case. Lo si capisce già dal fatto che molte delle città occidentali pur essendo pro-Haftar rifiutano di entrare in battaglia, anzi spesso finiscono per schierarsi contro le truppe del maresciallo, come nel caso di Nalut. Dal fronte, le forze schierate col Governo di Tripoli affermano di aver fattto prigionieri diversi uomini del 111mo reggimento di fanteria della Brigata 106 guidata dal figlio, Khalid Khalifa Haftar, mentre si continua a combattere per il controllo dell’areoporto internazionale. Evacuato il personale americano a Janzour, ritirate anche le truppe AFRICOM dal Governo USA, che continua a condannare l’escalation militare nei sobborghi di Tripoli, invitando le parti a riprendere il dialogo ed il processo politico. E’ passato inascoltato, invece, l’appello della Missione di Sostegno delle Nazioni Unite in Libia (UNSMIL) ad un cessate il fuoco dalle 16,00 alle 18,00, per permettere il soccorso dei feriti e l’evacuazione delle famiglie in difficoltà. I numeri di emergenza e la Libyan Red Crescent, che non è stata ancora in grado di operare in molte aree per via dei pesanti scontri, hanno continuato a ricevere numerose richieste di aiuto da Wadi al-Rabeeh, Qasr Bin Gashir ed Azizia. Oltre agli aspetti religiosi, per cui in molti credono che l’Arabia Saudita salafita abbia avuto un ruolo fondamentale nel convincere Haftar a lanciare le operazioni su Tripoli, non va sottovalutato il tessuto tribale che caratterizza la Libia. La responsabilità di quanto accade nei dintorni della capitale potrebbe ricadere infatti sugli anziani e le tribù della Cirenaica. Ne è convinto il Consiglio Supremo di Riconciliazione che in una nota chiede agli anziani della regione orientale di fare tutto il possibile per risparmiare il sangue dei libici. La sposa del Mediterraneo intanto non si arrende e la vita continua normalmente, come se nulla fosse. Dopo la nostra visita alla Fiera Internazionale di Tripoli qualcuno ci scherza perfino su: “sono anni che facciamo l’esposizione, quest’anno abbiamo deciso di fare entrambe, guerra e pace”.

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