Giornalismo e Diritti Umani. La storia di Ghady Kafala ed Aboubaker Al-Bizanti

Di Vanessa Tomassini.

Tunisi, 18 gennaio 2019 – E’ un freddo, ma soleggiato pomeriggio di gennaio. In un piccolo locale che affaccia sul mare a Tunisi, abbiamo incontrato due giovani giornalisti ed attivisti libici, Ghady Kafala ed Aboubaker Al-Bizanti. Di fronte ad una tazza di thè, ci confessano la loro storia che inevitabilmente si intreccia con quella di centinaia di persone che decidono di lasciare tutto e rifugiarsi in Tunisia, senza mai smettere di credere nei propri sogni. Una conversazione che ci mostra la reale situazione dei diritti umani in Libia oggi, dopo quasi otto anni di guerra civile.

-Ghady ed Abubaker innanzitutto permettetemi di ringraziarvi per aver accettato questa intervista. Ghady, partiamo da te, aiutami a presentarti…

“Mi chiamo Ghady Kafala, sono una giornalista libica ed oggi lavoro con l’organizzazione El-Biro Media Foundation in Tunisi. Ho studiato scienze politiche e relazioni internazionali, ora sto facendo pratica con El Biro e sono così felice di fare parte di questa associazione”.

-Dicci qualcosa in più su El-Biro, cosa fate e su quali attività vi concentrate?

“El Biro è un’organizzazione no-profit che offre una piattaforma online. Siamo interessati ad articoli riguardanti i diritti umani, facciamo luce sulle minoranze, così come sui diritti delle donne in Libia ed altre situazioni legate alla violenza, come persecuzioni e minacce. Pubblichiamo questo tipo di articoli multimediali, anche attraverso storie individuali, seguendo il concetto del citizen journalism investigativo. Per il futuro stiamo cercando di organizzare anche dei corsi di formazione per la comunità libica, che insegnino come comunicare e promuovere la cultura dei diritti umani nel nostro Paese”.

-Com’è nata questa idea de El-Biro?

“L’idea di creare El-Biro è nata quando ho incontrato Aboubaker, durante un corso organizzato da Reporters Without Borders sulla protezione dei dati e delle fonti, online e sui social media. Quando ci siamo incontrati, ci siamo confrontati sul livello del giornalismo in Libia e su come le piattaforme libiche lavorano. La maggior parte pubblicano report veloci, come Breaking News senza investigare, approfondire o raccogliere maggiori dettagli. Così abbiamo deciso di creare una piattaforma che dia spazio a report e video investigativi, ma che soprattutto utilizzi e fornisca dati, statistiche e numeri. Perché crediamo che fornire dati accurati e numeri sia il modo migliore per trasmettere un messaggio. Dopo il training ci siamo incontrati più volte ed abbiamo iniziato a fare un programma, a progettare la nostra piattaforma: il design, gli argomenti che avremmo trattato, chi avrebbe lavorato con noi. Così è nata l’idea e abbiamo iniziato a svilupparla”.

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Aboubaker Al-Bizanti, Speciale Libia.

-Aboubaker, ti va di parlarci di te?

“Sono Aboubaker Al-Bizanti, sono un giornalista e vengo da Tripoli, Libia. Sono co-fondatore de El Biro Media Foundation. Vivo a TunisI da quasi due anni e mezzo, dal primo settembre 2016 esattamente”.

-Quali sono state le ragioni che ti hanno spinto a lasciare il tuo Paese e venire a Tunisi?

“Principalmente per via delle milizie e i gruppi islamisti che in Libia, ed in particolare a Tripoli, rendono il lavoro di noi giornalisti particolarmente difficile, se non impossibile. Quando sei un giornalista e lavori sui diritti umani devi affrontare innumerevoli difficoltà, ogni volta rischi di essere rapito, se non ucciso, da un gruppo armato o da qualche milizia”.

-Hai vissuto personalmente fatti del genere?

“Sì, purtroppo ho avuto questa esperienza nell’agosto del 2016, quando una milizia di cui ancora non conosco l’identità mi ha prelevato con la forza a Tripoli, mentre stavo lavorando con il canale Libya Al Ahrar. Con i miei colleghi stavamo filmando un servizio nella capitale, quando degli uomini armati ha fermato la nostra macchina. Mi hanno fatto scendere, mi hanno coperto gli occhi e portato in un posto sconosciuto dove mi hanno trattenuto per due giorni”.

-Perché?

“Credo che ce l’avessero con me per aver pubblicato alcuni post sui Social Media sulla diaspora dei libici ebrei. Mi hanno chiesto se fossi ebreo, accusandomi di non essere musulmano”.

-Ghady, com’è lavorare con Aboubaker?

“Aboubaker è davvero flessibile, ha un sacco di idee, è davvero bravo a trovare nuove storie e persone. È molto professionale dall’inizio di un lavoro, di un articolo, fino alla pubblicazione finale. Cura ogni particolare ed è molto critico. A volte, come donna, vorrei che la storia sia più emozionale, che tocchi di più le persone, invece lui è più razionale. Siamo il giusto equilibrio tra sentimenti e razionalità”.

-Cosa sono per te i diritti umani?

“Per me i diritti umani sono la base di tutto in questa vita, non soltanto il concetto moderno che hanno molte organizzazioni che lavorano sui diritti umani, ma che non hanno sperimentato certe situazioni e non le sperimenteranno in tutta la loro vita. Quando io dico di credere nella Libia come comunità diversificata, lo faccio davvero. Confido nella forza della diversità e sono certa che in Libia possano convivere ebrei, musulmani, atei, omosessuali, eterosessuali e bisessuali. Ognuno deve avere la possibilità di vivere ed esprimersi liberamente”.

-Aboubaker, qual è l’attuale condizione dei diritti umani in Libia?

“Domanda difficile. La situazione dei diritti umani in Libia oggi è davvero complicata perché in molte città della Libia non puoi neanche parlare di molti argomenti. C’è una libertà di facciata, ma il problema maggiore sono la presenza di gruppi islamisti, per cui non è possibile discutere di religione, di diritti umani, di sesso. Perché è Haram, ossia un tabù dell’Islam, qualcosa vietato dalla religione. È impossibile parlare di persone gay, lesbiche, bisessuali o transessuali, come è vietato parlare ai libici di un’altra religione, come cristiani o ebrei”.

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Ghady Kafala, Speciale Libia.

-Ghady, qual era la situazione antecedente il 2011?

“La situazione dei diritti umani in Libia resta estremamente complicata prima e dopo la rivoluzione. Fino al 2011, a tutti i libici era vietato di parlare di politica. Non era possibile parlare di qualsiasi tipo di politica sotto il regime Gheddafi, era vietato anche solamente nominare costituzione o democrazia. Tutte le tv, tutti i giornali e qualsiasi fonte di informazione era sotto il controllo del sistema dittatoriale. Dopo la rivoluzione, moltissime persone hanno iniziato a far parte della società civili, hanno iniziato a sposare i principi della democrazia e hanno iniziato a lavorare per applicarli, ma la società li ha respinti e ha iniziato a perseguirli in maniera molto più forte, forse, dello stesso regime. Per esempio quando parliamo della comunità LGBT o dei matrimoni civili, non c’è un governo specifico che li condanni o che li vieti sotto un regolamento o una legge, ma la società non ti permette di parlarne liberamente. Quindi abbiamo due autorità responsabili: la società ed il Governo. Oggi in Libia non abbiamo un Governo, ma la mentalità della società è rimasta la stessa del periodo del regime”.

-Ghady tu sei una giornalista, un’attivista, ma prima di tutto sei una donna. Come viene vista una donna come te dalla società libica?

“La maggioranza degli attivisti preferisce lavorare di nascosto, sotto il tavolo. Preferisce raggiungere le persone gradualmente, senza scioccarle. Non è possibile pubblicare un articolo sulla comunità LGBT, sui matrimoni civili, sulla religione, o su una minoranza perché la comunità ne verrebbe sconvolta. È preferibile inserire dei messaggi sullo sfondo o all’interno di una storia in modo che venga recepito. Io posso vedere qualche cambiamento, e credo che la mentalità possa davvero cambiare. Io personalmente ho subito molti attacchi, insulti e offese come donna, come attivista e come scrittrice. Ho pubblicato un articolo su idee estranee, su qualcosa di nuovo, e sono stata attaccata pesantemente sui social network. Un altro episodio in cui sono stata offesa in malo modo è stato quando ho postato una foto in cui indossavo l’hijab in maniera particolare, senza coprire completamente i miei capelli. Loro possono attaccarti semplicemente perché sei donna, questo è già abbastanza”.

-Ci sono condizioni migliori in una città piuttosto che in un’altra?

“Non posso giudicare quello che accade in altre città perché io vivevo a Tripoli, così come Aboubaker. Non posso sapere com’è la situazione in Bengasi perché non ci sono mai stata, ma credo che la maggioranza delle città stia soffrendo. Tanto a Tripoli, quanto a Misurata, Bengasi ed altre città della Libia le donne vengono attaccate. In Tripoli per certi versi la situazione è migliore, resta comunque la capitale”.

-Hai scelto di vivere a Tunisi per qualche motivo particolare?

“A volte penso che la Tunisia sia parte della Libia, perché è così vicina in diversi aspetti. La cultura è simile sebbene i tunisini usino il francese. Ho scelto di vivere qui non solo perché non avendo il visto non potevo scegliere un’altra meta, ma soprattutto perché la comunità libica che vive qui è molto grande e riesco a fare giornalismo, ad incontrare quasi ogni giorno nuove storie. È anche più facile lavorare su ciò che accade in Libia attraverso le mie fonti vista la vicinanza, le persone che vivono qui inoltre possono darti contatti da qualsiasi parte della Libia”.

-Cosa ti manca di più del tuo Paese?

“Oh mio Dio! Il cibo, la mia famiglia! La pace, mi manca il senso di pace. Io credo che la Libia dovrebbe essere un posto di pace, abbiamo il mare, il deserto, la montagna. Credo che la gente è più vicina alla pace che alla guerra e alla violenza”.

-E tu Aboubaker?

“Mi manca il caffè, la pizza, il cibo. La gente amichevole, le tradizioni. Le persone qui in Tunisia non sono male. E per fortuna tantissimi libici vivono qui, ci sentiamo come una famiglia”.

Ghady ci interrompe…

“Vorrei aggiungere qualcosa! Sebbene la Tunisia sia un bellissimo Paese, credo che la maggior parte dei libici scelga di vivere qui solo temporaneamente e non per sempre. I libici scelgono la Tunisia perché le istituzioni qui sono più flessibili e più facili da raggiungere rispetto alla Libia”.

-Così un giorno pensi di tornare a casa?

“Si credo di sì… Sì, perché no”.

-Ghady qual è la storia più bella su cui hai lavorato con El-Biro?

“Quella di Maya Ebrahim, una giovane donna bellissima che ha sofferto molto qui in Tunisia. Ha lavorato tantissimo su sé stessa, sulla sua personalità ed ha imparato tutto autonomamente, ha studiato inglese, ora sta provando a parlare spagnolo e francese. Lei è davvero in gamba e rappresenta letteralmente una donna indipendente. Attraverso il nostro articolo, abbiamo provato ad aiutarla anche se non direttamente ed ora ha una situazione nettamente migliore. Sono così contenta per lei e le auguro tutta la fortuna del mondo”.

-Credi che la comunità libica qui a Tunisi debba superare delle difficoltà?

“Sicuramente la prima difficoltà è quella della lingua perché sebbene la prima lingua sia l’arabo, i tunisini continuano ad utilizzare tantissime parole francesi. La seconda sfida che credo tutti affrontiamo è relativa alla cultura perché la gente in Libia è più amichevole rispetto a qui. I tunisini sono più amichevoli tra loro, ma poco aperti con gli estranei. C’è qualche storia, ma non mi piace generalizzare, ma alcuni tunisini parlando di soldi approfittano degli stranieri”.

-Aboubaker, tre desideri per quest’anno per il tuo Paese che vorresti vedere realizzati nel 2019?

“Elezioni, spero che i libici possano andare a votare e scegliere chi li rappresenti. Vorrei vedere un miglioramento della condizione generale dei diritti umani e vorrei davvero che la guerra civile finisca”.

-E tu Ghady?

“La prima cosa che auguro a tutti i Paesi non solo alla Libia è l’amore. Se i libici iniziassero ad amarsi realmente l’un l’altro, farebbero tutto in pace. Andranno alle elezioni, costruiranno un buon governo, nonché infrastrutture e una buona educazione. Così il primo desiderio è l’amore, il secondo è che possano cambiare alcune tradizioni, non proprio tradizioni perché io sono innamorata delle nostre radici, ma piuttosto alcuni preconcetti che limitano le nostre libertà individuali. So che non è facile, ma questo è ciò che vorrei veder cambiare nel 2019. Il terzo ed ultimo desiderio è quello di tornare a casa, in condizioni migliori sicuramente, e poter spendere un po’ di tempo con la mia famiglia”.

 

 

 

 

 

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