“Le milizie utilizzano bambini soldato”. Intervista ad Abdel-Rahman Ghandour

Di Vanessa Tomassini.

“La situazione è davvero brutta, tutta l’area a sud di Tripoli è completamente sotto il fuoco, in particolare gli assi di Tariq al-Matar, meglio nota come Airport Road, nonché Qasr Ben Gashir così come le zone circostanti. La scorsa notte è stata veramente difficile, venerdì è stata la giornata peggiore dall’inizio della crisi, ma anche dall’inizio della rivoluzione nel 2011. La differenza è che oggi l’artiglieria utilizzata è molto più sofisticata, con l’impiego di armi antiaereo, abg e altra artiglieria medio pesante. Le parti in conflitto stanno ricevendo rinforzi, poco fa abbiamo visto un comunicato da parte di Misurata che annuncia di prendere parte al conflitto e ripulire la capitale dalle milizie. Non voglio entrare nel dettaglio dell’analisi politica, perché il mio dovere come rappresentante dell’UNICEF è quello di proteggere i bambini, posso dirle che l’area di Tripoli è stata sotto pressione di milizie all’esterno che considerano la situazione nella capitale inaccettabile per molte ragioni, politiche, economiche, nonché per interessi e per il potere. Il comunicato di Misurata fa paura per le sue capacità militari, se Misurata si unirà al conflitto assisteremo a maggiore violenza e un maggior assedio all’interno della città”. A raccontarci quanto sta accadendo a sud della capitale libica è Abdel-Rahman Ghandour, Rappresentante speciale del Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia, UNICEF per la Libia.

AR Distribution of Cloth in DC
Abdel-Rahman Ghandour mentre distribuisce vestiti nel centro di detenzione, foto UNICEF.

-Abdel-Rahman, innanzitutto grazie per aver accettato quest’invito. Cosa stanno vivendo i civili nelle aree coinvolte dal conflitto?

“Gli scontri hanno avuto conseguenze terribili per i civili, almeno 11 persone sono state uccise, un centinaio sono rimaste ferite solamente nelle ultime 48 ore. Il bilancio totale delle vittime ha superato i 106-107 morti e non sappiamo ancora cosa sia accaduto oggi. Il numero dei feriti dall’inizio del conflitto ha superato i 500 e la cosa peggiore in tutto questo, per cui noi di UNICEF siamo particolarmente preoccupati, è che tra le milizie ci sono bambini soldato. I combattenti utilizzano i bambini e giovani con meno di 18 anni per combattere e per trasportare armi, ciò rappresenta una grave violazione del diritto internazionale ed in particolare della Convenzione internazionale sui Diritti dell’Infanzia. Per questo, vogliamo condannare con le parole più dure e nella maniera più ferma l’impiego di minori nei combattimenti, oltre alle vittime causate dai proiettili e dalle bombe che cadono su di loro, sulle case dei civili, causando loro notevoli danni psicologici. Utilizzare i bambini nei combattimenti è una linea rossa che non può essere superata”.

-Sa quanti bambini sono morti dall’inizio del conflitto?

“Non abbiamo questo dato, ma le posso dire con certezza che ci sono bambini che sono stati uccisi e feriti tra i civili vittime degli scontri dal 26 agosto. L’aspetto più impattante sui minori è quello psicologico. Moltissime famiglie hanno dovuto lasciare le proprie case, comprese quelle dello staff che lavora con noi, che hanno dovuto abbandonare l’area per via dell’intensità dei combattimenti. Il trauma psicologico e lo stress a cui i bambini sono sottoposti sono enormi. Stiamo lavorando per fornire supporto psicologico nelle scuole dove gli sfollati hanno trovato rifugio nelle ultime due settimane, per cercare di portare un po’ di sollievo a questi bambini, ma non riusciamo a colmare i danni che questo conflitto sta causando loro. Dobbiamo considerare che oltre alle persone che non possono tornare nelle proprie abitazioni si aggiunge il fatto che alcune delle persone che avevano fatto ritorno a casa si trovano nuovamente sfollate per via degli scontri che si sono riaccesi nelle stesse aree di prima. Non possiamo dimenticare inoltre i bambini non accompagnati nei centri di detenzione intorno a Tripoli, che hanno attraversato il deserto per fuggire dalla guerra dei loro paesi”.

-Il 4 settembre avevamo visto il centro di detenzione migranti nei pressi di Airport Road al centro di pesanti scontri…

“Sì, il centro di Tariq al Matar, è stato per ore nel mezzo di violenti combattimenti, alla fine i detenuti stessi hanno rotto le serrature riuscendo ad evadere, dopo che anche le guardie erano scappate. Alcuni di loro sono stati raggiunti dai proiettili, alcuni sono stati feriti, altri uccisi, altri ancora arrivati in altri centri di detenzione, la maggior parte nel centro di Janzour. Li abbiamo visitati e ci sono oltre 100 minori non accompagnati o separati dai propri genitori e dalle proprie famiglie. Sono bambini soli, alcuni di loro sono stata portati al centro di Zintan, fuori Tripoli, dove siamo stati sabato scorso. In questo centro la situazione è catastrofica, perché oltre al fatto che questi bambini sono stati abbandonati, in questo centro non ci sono strutture e i migranti sono divenuti un target, per vendetta. In seguito all’attentato terroristico alla sede della NOC, che era stato compiuto da cittadini africani, oggi la visione dell’opinione pubblica in Libia dei migranti è peggiorata. A destare maggiore preoccupazione sono le condizioni igieniche dei centri di detenzione. Nel centro di detenzione di Zintan, visitato da UNICEF sabato scorso, i bagni sono in condizione veramente deplorevoli, tutto bloccato, le toilette traboccanti e solamente 4 bagni per oltre 1000 uomini. Stiamo lavorando duramente per migliorare, almeno un po’, le condizioni igienico sanitarie perché c’è il rischio enorme di un’esplosione di colera, se la situazione continua ad essere com’è”.

“I bambini separati o non accompagnati non devono essere imprigionati. La detenzione va contro la Convenzione internazionale dei Diritti dell’Infanzia che la Libia ha firmato e ratificato. Dobbiamo trovare soluzioni alternative per i bambini”.

Detention Centre - Al Zintan
Il centro di detenzione migranti di Al-Zintan, foto UNICEF.

-Io so che lei non vuole entrare all’interno di questioni politiche, ma UNICEF è un organo delle Nazioni Unite ed oggi abbiamo visto il movimento “La voce del popolo” e tantissime persone chiedere un intervento della comunità internazionale per proteggere i civili. Crede che sia possibile un intervento militarizzato o quale può essere la soluzione?

“Si non voglio scendere nella dimensione politica per via del mio ruolo, ma ho sempre pensato che un intervento militare non può essere la soluzione. Credo che i paesi della regione, ma anche gli Stati europei possano esercitare maggiore pressione sulle parti coinvolte nei conflitti, influenzandoli”.

-Cosa intende per pressione?

“Ciò che sta facendo il Rappresentante speciale delle Nazioni Unite, Ghassan Salamè, dicendo chiaramente ‘sappiamo chi fa cosa’. C’è una lista di nomi e nessuno dei responsabili delle violazioni del cessate il fuoco potrà sfuggire dalle sanzioni internazionali. Gli autori delle violenze risponderanno delle loro azioni di fronte ai tribunali internazionali. Ogni cambiamento, ogni passaggio di potere deve avvenire in modo pacifico e non attraverso la forza. Nessuno di loro potrà ricoprire alcun ruolo nel futuro Governo della Libia se utilizzano queste modalità per prendere il potere. Sono pessimista, sono molto pessimista per via del gran numero di armi in mano ad ogni fazione, accumulate per anni. Ciò rende davvero difficile mettere pressione su gruppi specifici, visto che ognuno di loro crede di non avere alcuna responsabilità se non per loro stessi. Io spero che il tessuto sociale libico, grazie al sistema tribale che ha lavorato per decenni superando moltissime crisi, come lei sa bene, possa trovare la via verso una soluzione intra-libica. La mia speranza è che i capi famiglie, i consigli tribali e i leader possano trovare fra loro una soluzione alla crisi attuale. E’ poi necessario un intervento politico più incisivo da parte di molti che non stanno facendo abbastanza oggi”.

“Mi permetta di aggiungere infine che la rete elettrica ha subito diversi danni e l’elettricità è venuta a mancare nella capitale e in gran parte della regione occidentale. Siamo veramente preoccupati che il Great Man-made River, la principale risorsa di acqua per la capitale, possa essere attaccato, come lo è già stato, tagliando così i servizi idrici per la città. Ciò causerebbe danni catastrofici. Il mio messaggio qui è di non toccare le strutture. Se le infrastrutture verranno toccate allora sì che arriveremo davvero alla catastrofe”.

We want to go back to our homes
“Vogliamo tornare a casa” scrive un bambino sfollato a Tripoli, foto UNICEF.
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