Libia, una guerra per il controllo delle risorse. Conversazione con Mohamed Buisier

Di Vanessa Tomassini.

Nel 2011, durante un’intervista con una televisione americana, ho spiegato che in Libia non possiamo fare una rivoluzione perché non c’era una leadership o un’agenda, come prevede la sociologia. Ho detto che le persone possono esplodere e che possiamo avere un’intifada. Ed è quello che è successo. Poi la Comunità Internazionale se ne servì per insediare Gheddafi. Aveva una lunga lista di nemici in tutto il mondo, quindi ci hanno aiutato a sbarazzarci di lui. Non avevamo un’agenda rivoluzionaria, un manifesto. Il regime di Gheddafi controllava l’economia in Libia. Nel 1977, il settore privato contribuiva al 65% del PIL generato escluso il settore petrolifero. Era un’epoca di opportunità economiche non solo per i libici ma anche per italiani, egiziani, giordani e palestinesi. A quel tempo uscivi per strada e trovavi famiglie di espatriati, io avevo amici italiani. Poi Gheddafi ha chiuso l’economia e solo il governo poteva affari. I funzionari governativi hanno iniziato ad imparare come essere corrotti, sono stati circondati da alcuni assistenti, parenti, che avevano a che fare con società straniere, i quali venivano corrotti per realizzare progetti in Libia. Era un’economia stalinista e corrotta. Quando il popolo libico si è sbarazzato di Gheddafi, questa economia stalinista è rimasta. All’inizio, Gheddafi sapeva come farlo funzionare. Stava dando alla gente i mezzi base, ma tutto ciò che era in più era destinato ai soli funzionari di governo. Con una sola fonte di ricchezza, i soldi provenienti dalla Banca Centrale dall’esportazione del petrolio, il governo controllava il budget e la lotta è iniziata perché tutte le parti vogliono controllare l’unica fonte di ricchezza. Diranno alcuni slogan religiosi e regionali per mobilitare un partito contro l’altro, ma il vero fulcro della lotta è controllare il governo e di conseguenza le risorse del Paese. Con queste liti e lotte interne, le istituzioni del Paese si sono frammentate, ed abbiamo iniziato ad avere due Governi, due Banche Centrali, due eserciti. Questo è normale perché non esiste un mercato continuo. Siamo arrivati a un punto in cui la Comunità Internazionale sta svanendo”. A dirci questo è Mohamed Buisier, ingegnere libico residente negli Stati Uniti, in Texas, che molti ritengono possa ricoprire un ruolo di primo piano nel prossimo esecutivo eletto in Libia per la sua esperienza politica e finanziaria.

Busier, si racconta così: “Sono un ingegnere, ingegnere consulente, specializzato anche in ambiente. Ho una vita politica piuttosto lunga in Libia: sono stato arrestato dal regime di Gheddafi nel 1973 e ho passato quasi un anno in carcere. Sono sempre stato all’opposizione, in tutte le fasi, ma non sono mai stato coinvolto in violenze, nell’apparato militare, né ho mai lavorato per intelligence straniere. Appartengo a una famiglia politica: mio ​​padre è stato il primo ministro degli Esteri della Libia, è stato il più giovane parlamentare durante il Regno. Quindi, abbiamo quella che possiamo chiamarla identità politica, siamo con la gente, non ci interessa chi governa il paese. Siamo stati all’opposizione per due o tre generazioni. Nel mondo arabo sfortunatamente non abbiamo opposizione legale, quindi se sei contro il governo, sei un pollo”.

Correrà per le elezioni presidenziali in Libia?

“Ho la cittadinanza americana, quindi non posso candidarmi, ma sono stato contattato da Fathi Bashagha per essere il suo primo ministro nel caso venga eletto presidente. Ci presenteremo insieme, aspettiamo il terzo ragazzo, poi faremo uno spettacolo in teatro per fare la presentazione di tutti. Sono nel gruppo per lavorare sulle riforme dell’economia. Credo davvero nel libero mercato. Vivo negli Stati Uniti da 27 anni. Possiamo dire che sono un imprenditore di successo e conosco la magia che può fare il libero mercato. Penso che se ci liberiamo del monopolio del governo in Libia ed apriamo il business alla gente, attraverso investimenti diretti e attirando investitori stranieri, tutti possono lavorare e guadagnare. Ora siamo in una situazione molto povera, in termini di tecnologia, conoscenza, ecc.”

Cosa ne pensa delle politiche di Turchia e Russia in Libia?

“Turchia e Russia stanno cercando di sostituire l’Occidente in Libia. I turchi tornano sulle coste libiche dopo cento anni. I russi stanno tornando verso il sud per adempiere a ciò che ha detto Putin ai leader africani nel vertice Russia-Africa del 2019: veniamo per aiutarvi a sbarazzarvi del colonialismo europeo. Il Mali è completamente controllato dalla Russia, mentre la Francia sta uscendo. Così è… Paese dopo paese. Siamo in una situazione in cui tutti hanno bisogno di stabilità in Libia perché anche turchi e russi stanno ancora attraversano una fase di spesa, non hanno realizzato entrate dal loro coinvolgimento in Libia. Per ottenere ricavi, ci vuole stabilità. La comunità internazionale è arrivata a pensare che le elezioni ora, il 24 dicembre, li aiuteranno a raggiungere la necessaria stabilità in Libia”.

Qual è dunque la sua posizione riguardo al ritiro di straniere, combattenti e mercenari stranieri?

“Non accadrà come ne hanno parlato a Parigi. È ingenuo. Innanzitutto, avere basi straniere in Libia non è poi così male. Possiamo creare o trasformare alcune strutture in basi militari per Turchia e Russia. Inoltre, spenderanno soldi per essere lì. Penso che sia meglio trattare con i Governo di Russia o Turchia piuttosto che con i leader delle nostre milizie fuori controllo. Lavoreremo, firmeremo accordi militari, ma non possiamo andare dai turchi e dire loro di andarsene! Non mi piace credere nelle cose impossibili. Non voglio che formano certe milizie e non voglio che il capo dei servizi segreti turchi sia a Tripoli e lavori con i libici. Non voglio che anche i russi abbiano una propria agenda e nessuno li controlli, ma possiamo negoziare per fare le cose secondo gli standard internazionali, questo è quello che ho intenzione di fare. Anche gli americani hanno capito che ci sono cose possibili ed impossibili”.

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