Eran giovani e forti, e sono morti!

Di Vanessa Tomassini.

Tripoli, 16 aprile 2019 – Le esplosioni si fanno sempre più forti, a volte sembrano allontanarsi, a volte sembra averle addosso. Tremano i muri, i vetri ad Ain Zara e nella Spring Valley, le sirene delle ambulanze echeggiano nel centro di Tripoli. Militari e giovani poliziotti prendono fiato sotto una palma lungo la strada costiera, mentre attendono di dare il cambio ai propri compagni. Ancora una volta, dopo 8 anni di rabbia, di egoismo e odio, i libici continuano ad uccidersi l’un l’altro con l’aiuto di potenze straniere, ognuna tifosa di questa o quella fazione. “Preghiamo perchè arrivi Haftar a Tripoli” dice un giovane al suo amico ad Abu Salim. Dimostrano contro la Francia e contro Haftar in Piazza Algeria, mentre i social media aumentano le divisioni tra le tifoserie da stadio. Ma in fondo, dopo dieci giorni di conflitto ognuno ha perso un amico, un fratello, un cugino, un padre, uno zio. Non fa differenza l’appartenenza, ognuno ha un sorriso e una lacrima. A Misurata pregano per i 6 uomini dell’esercito del Governo di Accordo Nazionale morti in difesa della capitale, ne piangono altrettanti a Bengasi. Intanto si continua a sparare.

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