Tra pennarelli e matite, parliamo d’arte con Suhaib Tarek Tantoush

Di Vanessa Tomassini.

Chiacchierando del più e del meno con alcuni amici libici, una vignetta su Facebook ha catturato la nostra attenzione, una sorta di guida, o meglio di caricatura, che ironizza sul come una ragazza diventa popolare in Libia. Si parte dai gusti musicali, la teenager che aspira alle luci della ribalta ascolta musiche irachene; ha il profilo pubblico su Facebook, in modo che tutti possano seguirla; fa foto con i familiari per mostrare il loro supporto; ha un ragazzo che la segue ovunque per farle le foto; legge romanzi per farsi una cultura e dare un senso di profondità alla sua vita  superficiale; infine l’aspirante Vip, ormai con l’anello al dito, bloccherà chiunque e cancellerà ogni traccia che possa disturbare la sua vita coniugale. Ironia di un’arte che attraverso forme e colori rappresenta la società libica, molto simile per certi versi a quella nostrana.

L’autore delle vignette che hanno spopolato in rete è Suhaib Tarek Tantoush, caricaturista di 23 anni, laureato in giurisprudenza. “Sto ancora facendo i miei piccoli passi artistici – ci dice, raccontandosi –ho vissuto a Tripoli, in Libia, dal 2005 e non me ne sono mai andato da allora… beh non ancora comunque. Attualmente lavoro con Waraq Art Foundation e stiamo pianificando di far rivivere la scena artistica in Libia. È un obiettivo ambizioso, ma credo sia fattibile personalmente”.

-Abbiamo apprezzato particolarmente i tuoi disegni con la modella. Com’è nata questa idea?

“Non si tratta dell’essere modella nello specifico. La caricatura rappresenta il modo in cui una ‘figura pubblica’ e la ‘sensazione di internet’ sono modellate dalla società in questi giorni, e come una persona con migliaia di ammiratori dovrebbe influenzare i suoi seguaci con un contenuto più profondo e più significativo”.

-Che cos’è l’arte per te, Suhaib?

“L’arte è ciò che disturba i confort e conforta i disturbati. L’arte è espressione. L’arte è uno stile di vita. L’arte è ciò che rende tollerabile la non appartenenza”.

-Hai incontrato difficoltà in Libia nel fare il tuo lavoro?

“Difficoltà? Non so da dove iniziare. Sicuramente c’è mancanza di materiale artistico, ma soprattutto l’arte non è considerata una carriera tradizionale in Libia, quindi quasi nessuno ti prenderà sul serio. Senza parlare della sicurezza e del contesto sociale, ci sono alcuni argomenti e certe figure che sono intoccabili e ho pagato in prima persona il prezzo di superare quella linea rossa. Sono stato etichettato con quasi ogni parola discriminante, ho ricevuto minacce, sono stato arrestato e interrogato un paio di volte”.

-Da chi?

“Da nessuno in particolare sinceramente, solamente la gente qua e là sui social. Poi tendono a dimenticare di volta in volta”.

Qual è l’opera di cui sei più fiero?

“Cerco di non provare orgoglio o senso di realizzazione dopo aver finito un pezzo d’arte, così continuo a sentire l’impulso di migliorare”.

 

 

 

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