Di Vanessa Tomassini.

Il 15 settembre di 87 anni fa, in un’aula del Palazzo Littorio di Bengasi, in Cirenaica, aveva inizio uno dei processi farsa della storia giudiziaria italiana quello ad Omar al-Mukhtar, il leader settantenne della resistenza libica contro il colonialismo italiano. L’11 settembre 1931 nella piana di Got-Illfù fu avvistato dalla regia aviazione, Al-Mukhtār ordinò ai suoi uomini di dividersi per sfuggire alla cattura, ma fu ferito al braccio e gli fu ucciso il cavallo. Catturato dalla fanteria libica durante gli scontri di Uadi Bu Taga, fu portato a Bardia e poi trasferito a bordo del cacciatorpediniere Orsini nelle prigioni di Bengasi, dove prima del processo, fu interrogato duramente dal vice governatore Graziani che, nelle sue memorie, ricorda: “Cerca di stendermi la mano, ferrata, ma non può, perché non arriva. Del resto, non l’avrei toccata”.

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Il processo ebbe inizio alle 17 di pomeriggio e durò soltanto qualche ora. All’imputato furono mossi ben 16 capi d’accusa dalle azioni di guerra ai furti di bestiame. Omar al-Mukhtar rispose in modo fiero a tutte le accuse, contestando tuttavia quella dell’alto tradimento, negò infatti risolutamente di essersi mai sottomesso al governo coloniale italiano. Alle ore 20 fu pronunciata la condanna a morte. Indicativo di questo clima di giustizia sommaria il fatto che il suo difensore d’ufficio, il capitano Roberto Lontano, per via delle sue parole giudicate troppo apologetiche della sua arringa difensiva, fu punito con dieci giorni di rigore. Lontano aveva sostenuto che al-Mukhtar, non essendosi mai sottomesso e non avendo mai ricevuto finanziamenti dall’Italia, ricadeva nel “diritto di guerra”.

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L’esecuzione avvenne alle 9 del mattino del 16 settembre 1931, a Soluch, a 56 chilometri a sud di Bengasi, dove si riversarono oltre ventimila libici per assistere all’esecuzione. Anziché essere fucilato come aveva chiesto, fu impiccato come un ladro comune, le sue ultime parole furono un versetto del Corano che recita Inna lillah wainna ilayhi ragiouna, a Dio apparteniamo e a Lui ritorniamo.

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