Editoriale. Tripoli, il settimo giorno

Di Omar Awidat.

Tripoli, 01 settembre 2018 – Fino alla fine di questo giorno, fino alla fine del prossimo giorno non cambierà nulla. Non c’è più posto per la speranza. Ma la guerra finirà prima o poi, se non finirà prima la tua vita per via di un colpo di mortaio casuale.
Non importa quanto sia bello il cielo turchese, quanto è meraviglioso il blu del mare, tutto ciò che senti intorno a te sono razzi e proiettili che volano ovunque. Tutto ciò che vedi sono granate e schegge per le strade vuote, arrivano perfino nelle case, nei giardini. Tutto ciò che senti è polvere da sparo, sangue e morte.

Sì, Tripoli, la città storica presa dai mercenari locali pieni di avidità, odio e rabbia. La città che era chiamata la Sirenetta del Mediterraneo, ora è chiamata la città delle milizie. Per 7 giorni non c’è più niente da ascoltare, ma solo scontri continui con tutte le diverse armi usate tra i quartieri. Niente da guardare, ma soltanto le ultime notizie su persone innocenti uccise qua e là da proiettili casuali, notizie di case, scuole e persino cliniche distrutte da coloro che sparano a caso. La scia di morti sembra non volersi fermare presto. Tutto quello che puoi fare è chiederti: dove atterrerà il prossimo proiettile? Quale quartiere, quale hotel? Quanti morti e feriti? E pregare che non sarai il prossimo.

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