Di Vanessa Tomassini.

Una pista si fa sempre più spazio tra coloro che stanno provando a dare una spiegazione alla barbara uccisione di Abdul Karim Musa, il giornalista trovato morto nel Sud della Libia, a Sebha esattamente, nei pressi dell’Istituto Superiore di Infermieristica.

Secondo il Libyan Center for Freedom Press, ONG che si batte per la libertà d’informazione, il  foto reporter 24 enne stava lavorando insieme ad alcuni suoi colleghi sui crimini delle bande armate e sulle milizie locali coinvolte in furti, rapimenti ed omicidi nella città di Sebha. Sarebbero state proprio queste ad uccidere Abdul Karim Musa che ha pagato con la vita la sua voglia di denunciare cosa sta accedendo nella sua città, in quella Libia meridionale di cui troppe volte ci siamo occupati, così desiderosa di aiuto, ma che nello stesso tempo orgogliosamente rifiuta l’intervento straniero, dove tuttavia i civili sono ostaggio degli scontri tribali.

Abdul Karim sarebbe stato prelevato martedì mattina all’uscita della sua abitazione da un uomo mascherato, torturato ed ucciso da colpi di mitragliatrice e gettato così come se la sua vita non avesse alcun valore. E come spesso accade in questa Libia, dove la violenza sembra essere normalità, dove kalashnikov vengono imbracciati nelle foto sui social come trofei, la preoccupazione più grande è che non ci sia nessuno realmente interessato a far chiarezza sulla vicenda.

LCFP ha riferito che, secondo il caporedattore del quotidiano per cui il giovane reporter lavorava “Vasaniah”, Salima Bin Nozha, “il collega ha pagato il prezzo della cattiva sicurezza e del conflitto tribale in città, senza alcun reale deterrente o reale intenzione di rintracciare e perseguire i criminali, o addirittura di sapere le circostanze del crimine”, aggiungendo che “le minacce e i tentativi di metterli a tacere vanno avanti da tempo, poiché sono l’unico giornale che viene pubblicato nella città di Sebha”.

L’organizzazione ha fatto appello al Ministero dell’Interno del Governo di Accordo Nazionale affinchè venga aperta un’inchiesta e i responsabili non restino impuniti, sebbene tutto questo accada in una Libia dove la libertà di stampa è fortemente violata, dove i giornalisti stranieri faticano ad ottenere un visto, dove alcuni vengono arrestati perchè si avvicinano ad un centro di detenzione migranti. Non è colpa dei giornalisti se le cose in Libia vanno come vanno e non è imbavagliando le persone che si possono fare progressi. L’arduo compito di chi fa questo lavoro è cercare di mostrare la verità affinchè chi è al potere possa migliorare la situazione, prendendo spunto tra quelle righe che Abdul Karim aveva scritto e non potrà scrivere più.

 

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