“Saif al-Islam può riunire i libici ad un tavolo”. L’intervista ad Alejami Alatari

a cura di Vanessa Tomassini

“Saif al-Islam è stato rilasciato per effetto dell’amnistia emessa dall’autorità legislativa più alta del Paese e riconosciuta a livello internazionale, ha lasciato la città di Zintan, ma ritengo che abbia deciso di non apparire in pubblico sia per via dell’ingiusta decisione politica del Consiglio di Sicurezza e della Corte penale internazionale, sia perché essendo insidiato dalle milizie non vuole che queste prendano il controllo della situazione. Inoltre c’è un’altra ragione, Saif vuole evitare il confronto militare nonostante le pressioni e la gente della strada lo richieda, comunque credo apparirà presto”.
A dirci questo è Alejami Alatari, la guardia che ha tenuto in custodia il figlio preferito di Muammar Gheddafi durante la prigionia nel carcere di Zintan. “Sono un ufficiale delle forze armate libiche – prosegue – il mio dovere è proteggere il mio Paese combattendo il terrorismo e l’estremismo quando e laddove possibile”, ci dice nella sua semplicità quando gli chiediamo di aiutarci a presentarlo. Alcuni oppositori di Gheddafi ci hanno contattato dopo la nostra intervista all’avvocato Khaled Alzeidy, mettendo in dubbio che Saif al-Islam fosse davvero vivo. Così, mentre in rete compare il memorandum dello stesso Gheddaf visionabile integralmente a questo link, ci siamo messi alla ricerca di una delle persone che lo hanno visto senz’altro, mentre si allontanava lo scorso giugno accompagnato dalle grida di gioia della sua gente, come un vero principe. “In virtù del mio status sociale cerco di aiutare la riconciliazione e la riforma, dando consigli a tutti sia all’interno della mia tribù, sia tra i vari libici”, ci spiega Alejami Alatari prima di rispondere alle nostre domande sull’erede della verde Jamahiriya araba libica.

– Sappiamo che lei ha lavorato, è stato in contatto e forse lo è ancora con Saif al-Islam Gheddafi. Crede che abbia in mente un intervento militare?
“Saif al-Islam è un simbolo nazionale di tutti i libici e vede che la distruzione e la devastazione del Paese non può reggere più guerre e scontri militari, tranne che con i terroristi. L’obiettivo del suo ritorno è riunire tutti e portarli alla riconciliazione grazie alla sua accettazione e popolarità”.

– Alcuni libici dicono che sia morto. Come mai non c’è alcun video su di lui?
“Queste sono solo voci non vere, lui continua ad essere nel territorio libico, purtroppo le condizioni di sicurezza non permettono un suo video clip per la sua incolumità”.

– Come vede la politica del nostro Paese in Libia?
“L’Italia e tutti coloro che hanno svolto un ruolo in Libia sono in una linea comunicante con una squadra e una categoria organizzata il 17 febbraio. La maggioranza delle persone non ha comunicato con loro e tutte le iniziative falliranno perché escludevano i sostenitori del precedente regime. Saif al-Islam, secondo la mia esperienza e la mia visione della scena libica, è l’unica persona che può raccogliere la maggior parte dei libici ad un tavolo, portandoli ad una stessa opinione”.

– Malgrado non appaia personalmente, Saif è molto presente sui media. Cosa sta facendo ora?
“Sta cercando di guarire le ferite ed unire le anime per la riconciliazione, contrariamente alle voci che dicono il contrario. È un uomo di pace e ben conosciuto per la sua storia passata”.

– È vero che Khalifa Haftar ha cercato di ucciderlo?
“Oh non lo so, sicuramente ogni uomo ha un’ambizione che lui o il suo entourage distrugga i propri avversari”.

 

Aljami Alatari

– Di recente c’è stato un comunicato proprio da parte delle autorità di Zintan che prendeva le distanze dalle varie parti politiche. Come lo valuta?
“Si tratta di una dichiarazione del Senato di Zintan, una dichiarazione politica per dare qualche tensione al governo, ma nega la sua adesione e qualsiasi rapporto con le milizie armate e afferma che loro prendono le distanze da chiunque usi la forza o la violenza, compreso Saif, perché si parlava di una vendetta militare ed il fronte politico raccoglie, non ripara e non distrugge”.

– Vuole aggiungere qualcosa?
“Si vorrei dare delle informazioni importanti. Il fallimento di tutte le iniziative e di tutte le soluzioni proposte finora è dovuto principalmente alla proliferazione delle armi tra milizie estremiste che rifiutano di stabilire uno Stato. Se le milizie e le strade fossero private di queste armi, lasciandole solamente nelle mani degli agenti di sicurezza e dei servizi militari, il problema libico sarebbe risolto in breve tempo. Se si dovesse fare una votazione tra i libici, sia in patria che all’estero, verrebbe scelta la persona in grado di riunire i libici e risolvere le loro differenze”.

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