Proteste in gran parte della Libia, danni alla sede del Parlamento

Di Vanessa Tomassini.

La crisi economica e lo stallo politico, derivato dalla disputa tra due premier, in Libia hanno scatenato un’ondata di proteste nelle principali città del Paese. La tensione maggiore si è registrata a Tobruk, dove è stata presa d’assalto la sede del parlamento. A Sabha, capoluogo della storica regione meridionale del Fezzan, è stato dato alle fiamme l’ufficio delle Finanze, mentre a Bani Walid un incendio è stato innescato nei pressi del Consiglio municipale.

Le manifestazioni contro il deterioramento delle condizioni di vita nel Paese nordafricano sono in alcuni casi degenerate in violenza. Considerata la portata, l’organizzazione e la simultaneità degli eventi, non è da escludere un’ingerenza esterna. Ieri, venerdì, nel tardo pomeriggio, diverse stazioni televisive hanno reso noto che decine di persone sono entrate nell’edificio che ospita la Camera dei Rappresentanti, compiendo saccheggi e danneggiando la struttura.

Le immagini, diffuse sui siti di social network, hanno mostrato spesse colonne di fumo nero che si alzavano dal perimetro dell’edificio dopo che alcuni giovani avevano bruciato pneumatici. Un bulldozer guidato da un manifestante si è schiantato su una parte del cancello del complesso, rendendo più facile l’irruzione all’interno. Secondo altri media, una parte del palazzo è stata bruciata, anche le auto della polizia sono state date alle fiamme.

In un video si vede altri manifestanti sventolare bandiere verdi dell’ex regime di Muammar Gheddafi mentre danno fuoco a documenti raccolti dagli uffici. Cortei pacifici si sono svolti anche a Al Bayda, Misurata e Tripoli, davanti alla sede del governo di unità nazionale, ma senza incidenti. Si tratta di un’unicità. Nella storia della Libia, infatti, le maggiori rivoluzioni o proteste sono sempre originate da Bengasi come accaduto nel 2011.

La protesta è arrivata in concomitanza con le continue interruzioni di corrente, aggravate dal blocco di diverse installazioni petrolifere. La rabbia dei cittadini è rivolta contro la classe politica, giudicata incapace di dare risposte concrete ai problemi quotidiani, e che non è stata in grado di convocare le elezioni lo scorso 24 dicembre.

La piazza ha chiesto un voto presidenziale e legislativo entro l’anno, proprio quando il leader del parlamento di Tobruk, Aguila Saleh, ed il presidente dell’Alto Consiglio di Stato con sede a Tripoli, Khaled el-Meshri, non sono riusciti a trovare un accordo sui requisiti per la candidatura alla presidenza nell’ultimo tentativo facilitato dalla Consigliera speciale ONU, Stephanie Williams, a Ginevra.

La prospettiva di elezioni sembra essersi allontanata dopo che l’HoR ha nominato un governo parallelo in sostituzione di quello del primo ministro Abdulhamid Dbeibah ancora in carica, sostenendo che il suo mandato fosse scaduto. Le ultime settimane hanno visto ripetute tensioni tra gruppi armati a Tripoli, che hanno suscitato timori di un ritorno al conflitto su vasta scala. Di questa paralisi ne sta facendo le spese anche il settore energetico. Ad aprile è iniziato un blocco di due importanti terminal di esportazione petrolifera e di diversi giacimenti. Secondo la National Oil Corporation (NOC) libica, tale blocco finora ha comportato perdite per 3,5 miliardi di dollari. Mentre il calo della produzione del gas contribuisce ai cronici blackout, che durano una dozzina di ore al giorno.

Dopo le proteste di ieri, il primo ministro libico sostenuto dalla comunità internazionale, Abdel Hamid Dbeibah, ha chiesto a tutti gli organi politici, compreso il suo governo, di dimettersi e di andare a elezioni. “Aggiungo la mia voce ai manifestanti in tutto il paese: tutti gli organi politici devono dimettersi, compreso il governo, e non c’è modo per farlo se non attraverso le elezioni” ha scritto Dbeibah su twitter, aggiungendo che “sono noti coloro che ostacolano le elezioni e l’approvazione del bilancio”. 

“Il diritto del popolo a protestare pacificamente dovrebbe essere rispettato e protetto, ma sono del tutto inaccettabili rivolte e atti vandalici come l’assalto alla sede della Camera dei Rappresentanti ieri a Tobruk”. Ha invece dichiarato Stephanie Williams, aggiungendo che “è assolutamente fondamentale mantenere la calma, che la leadership libica si dimostri responsabile”, invitando tutti alla moderazione.

Il Consiglio presidenziale, rappresentato da Mohammed al Menfi e i suoi due vice Abdullah Al-Lafi e Moussa Al-Kouni, ha dichiarato di aver seguito i recenti avvenimenti sull’intero territorio libico, aggiungendo che è in una sessione continua e permanente fino a quando non si realizzerà la volontà di cambiamento espressa dai libici attraverso un’autorità eletta. In una breve dichiarazione, il Consiglio ha osservato che non deluderà le speranze e la volontà del popolo libico di vivere in uno Stato che goda di sicurezza e stabilità durature. Lo stesso organo ha di recente annunciato una road-map per raggiungere una riconciliazione nazionale tra tutte le componenti della società libica.

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