Tra infiltrazioni e lotta per il potere, le proteste a Tripoli rischiano di trasformarsi in una tragedia

Di Vanessa Tomassini.

Mercoledì sera, 26 agosto, le forze di sicurezza affiliate al Governo di Accordo Nazionale (GNA), guidato dal Primo Ministro Fayez al-Serraj, hanno transennato Piazza dei Martiri nella capitale, Tripoli, dopo aver sparato sui giovani e giovanissimi che hanno tentato di manifestare per la quarta giornata consecutiva. Il nuovo dispiegamento di forze è avvenuto in seguito ad una riunione tra il premier e i leader della sicurezza. Il Ministero dell’Interno ha avvertito che potrebbe usare la forza contro i gruppi armati che hanno attaccato i manifestanti mercoledì sera con “mitragliatrici e artiglieria”, così come “proiettili casuali”.

In una nota, Fathi Pashagha ha confermato un attacco ai giovani manifestanti in Piazza dei Martiri, l’ex piazza verde nel cuore della capitale da cui era solito affacciarsi Muammar Gheddafi per i suoi discorsi. Responsabile dell’attacco un gruppo armato della capitale (Nawasi, TRB o Gnewa), sempre allineati almeno ufficialmente allo stesso ministero, che avrebbe usato – come si vede in questo video – artiglieria medio leggera e bombe, causando il panico tra i civili e mettendo a repentaglio l’ordine pubblico. Ha aggiunto di monitorare questi gruppi e la loro affiliazione, avvertendo di essere pronto ad usare la forza contro chiunque attenti alla vita dei manifestanti, o li esponga a intimidazioni, o neghi loro la libertà in violazione della legge.

“Non permetteremo mai lo sppargimento di sangue o che la protezione dei loro diritti costituzonali di protestare pacificamente in conformità con la legge venga trascurata”. L’annuncio di Pashagha è arrivato dopo che, per il quarto giorno consecutivo, i gruppi armati affiliati allo stesso governo hanno aperto il fuoco sui manifestanti pacifici. Inizialmente il ministro aveva parlato di infiltrazioni tra le forze di sicurezza.

La Tripoli Revolutionaries Brigade, in una nota del 25 agosto, ha confermato che “l’espressione pacifica del popolo della capitale libica di lamentarsi per il deterioramento delle condizioni di vita e l’accesa protesta contro il dilagare della corruzione è venuta spontaneamente e scaturita dalla volontà dei manifestanti e senza alcun motivo e ordine del giorno”. La TRB ha tuttavia condannato tutto ciò che è accaduto lunedì “in termini di sommosse, incendi, distruzione e blocco di alcune delle strade principali, e questo non è accettabile per qualsiasi cittadino libero e onesto che cerchi di soddisfare la verità e stabilire uno stato civile costituzionale che abbiamo sempre sognato, ciò per cui ci siamo sacrificati a caro prezzo”. In realtà sono pochi gli incidenti che si sono verificati. L’incidente più grave ha visto l’assalto ad una macchina della sicurezza.


“Il problema è che quella macchina rappresentava per molti giovani il simbolo dell’oppressione”. Scrive Ahmed, un giovane che ha presi parte al movimento, sui social network. Il gruppo ha proseguito, chiedendo a tutti i giovani manifestanti di “esercitare moderazione e di essere razionali in modo che le loro richieste non siano sfruttate e corrotte da un gruppo di infiltrati che hanno programmi partigiani e basati sugli interessi, e chiediamo anche a tutti i servizi di sicurezza in tutte le loro formazioni di proteggere i protestanti, supportarli nell’organizzazione delle file e non deviare il pacifico cammino”.

Da queste dichiarazioni emerge una mancanza di coordinameno – per non voler dire competizione – tra i gruppi affiliati allo stesso Governo, con toni e scambi di accuse tra ministro e i leader delle milizie che potrebbe presto sfociare in una nuova battaglia per il controllo di Tripoli come lasciano intendere le scaramucce di queste ore. Quasi ogni anno, si rinnova a settembre l’appuntamento con la guerra per Tripoli.

Il rischio di infiltrazioni tra le forze di sicurezza è concreto. Durante quella che viene definita “l’aggressione da parte di Haftar”, i gruppi armati temendo per la loro esistenza, si sono coesi contro il nemico comune, liberando anche estremisti dalle prigioni per sopperire alla mancanza di risorse prima dell’arrivo dei rinforzi siriani da parte della Turchia. Alcuni di loro sono stati uccisi dall’LNA, ma altri sono ancora a piede libero, come conferma il recente ritorno a Sabratha di alcuni elementi collegabili ad Ansar al-Sharia. Gli estremisti non credono nel diritto di manifestare, ma solo nel jihad violento e per tanto la possibilità che alcuni elementi possano colpire i manifestanti per generare il caos utile alla loro agenda è reale.

C’è un altro fattore da non sottovalutare: i mercenari siriani, i quali potrebbero essere attirati dalle varie fazioni finora menzionate. Non è un caso che i gruppi armati accusati da Pashagha hanno difeso la loro presenza sui siti di social network. “Ho passato gran parte della mia vita in guerra” ha affermato Ali solo qualche giorno fa, aggiungendo: “ho 23 anni, la guerra in Siria è iniziata quando ne avevo 15”. Anche qualora il GNA decida di rimandarli a casa, alcuni potrebbero scegliere di non farlo, optando di restare ed unirsi ad un gruppo locale, o nella peggiore delle ipotesi, finire nelle reti dei jihadisti, per soldi, per l’ideologia comune o semplicemente per non tornare in Siria. E’ anche vero che in molti già si conoscono, si erano incontrati in Siria, dove moltissimi membri del Libyan Islamic Fighting Group (LIFG) di Abdelakhim Belhadj sono andati a combattere nel corso degli anni. Oggi tocca ai siriani ricambiare il favore. Ma la colpa non è di certo loro, ma di chi ce li ha mandati. E’ bene precisarlo dopo che due proiettili di mortaio sono stati sparati all’interno di un college militare che ospita i soldati filo-turchi a sud di Tripoli.

Sebbene le recenti proteste siano nate spontaneamente in risposta alle insopportabili condizioni di vita, al prolungato conflitto, alla mancanza di liquidità, all’assenza prolungata dell’elettricità e dell’acqua potabile in diverse aree, molteplici attori sono interessati a gettare benzina sul fuoco, come dimostra il proliferare sui social network di gruppi e pagine che promuovono le manifestazioni, confondendone il messaggio originale. Non solo Khalifa Haftar, impegnato a mantenere il controllo di Sirte, ma anche i gruppi politici, specialmente quelli legati all’Islam politico, che aspirano ad una posizione all’interno del Governo, oltre ai gruppi armati nuovamente divisi nella corsa al potere. In tutto questo i manifestanti sono gli unici a pagarne le conseguenze in ogni caso.

Giovedì, i genitori di uno dei ragazzi manifestanti hanno confermato il rilascio di Abdel Moneim Ahmed Al-Jarnazi, dopo 5 giorni dal suo prelevamento forzato in Piazza Martiri, dalla cosiddetta Ottava Brigata Al-Nawasi. Gli attivisti affermano che dozzine di ragazzi sono stati prelevati dalle milizie Al-Nawasi e Gnewa (Abu Salim Central Support), e si trovano oggi ancora in detenzione. Tra loro, anche Sami al Sheif dipendente della radio “Al-Jawhara” a Tripoli, e altri attivisti come Muhammad e Mahmoud Al-Qamoudi, Muhannad Al-Kawafi e Nasser Al-Zayani.

La società civile e le organizzazioni internazionali, compresa Amnesty International, hanno chiesto il rilascio dei detenuti, ritenendo il Consiglio presidenziale e il Governo di Accordo Nazionale pienamente responsabili della loro sicurezza. Questa sera gli attivisti hanno bloccato un numero di strade in Ghut al-Shaal, mentre hanno annunciato una massiccia manifestazione per venerdì 29 agosto in Piazza Martiri, che forse sarebbe meglio posticipare. I giovani hanno mostrato grande sensibilità nei giorni scorsi, pulendo anche la piazza al termine degli eventi, malgrado cresca in loro la frustrazione. La loro sicurezza vale molto di più di qualsiasi altro slogan.

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