Incognita tribale nel conflitto in Libia

Di Vanessa Tomassini.

I principali media occidentali, sulla falsa riga delle accuse presentate dal presidente della National Oil Corporation (NOC), Mustafà Sanalla, continuano ad attribuire al feldmaresciallo Khalifa Haftar e al suo Libyan National Army (LNA) la responsabilità della chiusura, o meglio della sospensione della produzione e delle esportazioni petrolifere in Libia, dimenticando o minimizzando il ruolo delle tribù nel conflitto.

Il capo della tribù al-Hazawiya (o Zuwaya), Senussi al-Haleeq, ha rivelato che un incontro delle componenti sociali si è tenuto nell’area di Zueitina, poche ore prima che la Conferenza di Berlino radunasse i capi di Stato e di Governo coinvolti nel fascicolo libico e le parti interne da loro sostenute, Fayez al-Serraj e Khalifa Haftar. L’iniziativa popolare di chiudere i porti era stata annunciata almeno una settimana prima, in risposta alla decisione della Turchia di inviare truppe in Libia. I rapporti indicanti l’arrivo di mercenari e ribelli siriani, a Tripoli, ha aumentato l’urgenza della riunione. Gli sceicchi e i notabili di diverse componenti sociali hanno deciso di chiudere i pozzi petroliferi, vista la cattiva gestione delle entrate da parte dello Stato. “E’ l’unico modo che abbiamo per far sentire la nostra disapprovazione contro l’intervento esterno in Libia”, ha detto lo sceicco spiegando le loro richieste perchè gli impianti vengano riavviati.

Al-Haliq ha confermato a Sputnik che alla riunione avevano partecipato gli esponenti di componenti sociali “di tutta la Libia” che avevano concordato sulla necessità che alla Conferenza di Berlino venisse revocata la legittimità internazionale al Consiglio presidenziale del Governo di al-Wefaq e, parallelamente, sulla sostituzione del Governatore della Banca Centrale della Libia, nonchè del presidente della NOC. I dignitari hanno confermato che non è accettabile che Serraj usi le entrate del settore petrolifero per pagare ribelli siriani, indicando che la formazione di un nuovo Governo permetterebbe una più equa distribuzione della ricchezza, se questo collaborerà con gli esperti delle Nazioni Unite a cui riconoscevano un ruolo da garante.

La tribù Zuwaya ha membri in tutta la regione della Cirenaica, dalle aree intorno agli impianti di esportazione di petrolio nel Golfo di Sidra fino alle regioni che ospitano le riserve di oil & gas, così come nei villaggi intorno all’oasi di Al-Kufra. La tribù controlla di fatto una regione strategicamente molto importante, il triangolo formato dai confini di tre paesi: Egitto, Ciad e Sudan. Già nel 2011, la tribù ha minacciato di interrompere l’estrazione petrolifera. Mentre imperversavano le rivolte nel Paese nordafricano, il leader Faraj al-Zuway in un’intervista ad Al Jazeera, il 20 febbraio 2011, avvertì Gheddafi che la sua tribù avrebbe bloccato le esportazioni di petrolio se l’esercito non avesse smesso di sparare contro i manifestanti.

Il 18 gennaio 2020 NOC scriveva: “Il Comando generale dell’LNA e la Guardia delle strutture petrolifere (PFG) delle regioni centrali e orientali hanno incaricato le amministrazioni di Sirte Oil Company, Harouge Oil Operations, Waha Oil Company, Zueitina Oil Company e Arab Gulf Oil Company (AGOCO), tutte filiali della compagnia di Stato libica, di fermare le esportazioni di petrolio dai porti di Brega, Ras Lanuf, Hariga, Zueitina e Sidra. Le istruzioni per il blocco furono impartite dal maggiore generale Nagi al-Moghrabi, il comandante delle PFG nominato dall’LNA, e dal colonnello Ali al-Jilani della Sala operativa della Sirte maggiore dell’LNA”. La compagnia sottolineva come “ciò comporterà una perdita della produzione di petrolio greggio di 800.000 barili al giorno e perdite finanziarie giornaliere di circa 55 milioni di dollari USA al giorno”.

Il comunicato NOC non fa alcun riferimento alle riunioni tribali, indicando solamente quelli che sembrano essere gli autori materiali che hanno impartito l’ordine di chiudere i porti. Domenica 19 gennaio 2020, anche i giovani del Fezzan annunciavano di essere pronti a fermare gli impianti petroliferi di El-Feel ed El-Sharara. Il movimento giovanile “La rabbia del Fezzan”, nato a Ghat il 25 ottobre 2018, ha dichiarato di voler procedere a chiudere gli impianti per manifestare la loro disapprovazione alla decisione del Parlamento turco di inviare truppe in Libia e perchè le loro richieste non erano ancora state soddisfatte. In questo caso le tribù del Sud della Libia si sono dette contrarie alla chiusura dei terminali, avvertendo i giovani delle conseguenze legali del gesto, nonchè dei danni alla loro economia.

Il coordinatore del Movimento, Bashir Sheik, su cui pende un mandato di cattura del procuratore generale su richiesta della NOC ha dichiarato a Speciale Libia che il movimento non è coinvolto in quest’ultima chiusura, sebbene condivida le motivazioni che hanno portato alla sospensione della produzione. Lo sceicco Ali Abu Sbeha, all’alba di domenica 19 gennaio, ha avvertito i giovani del sud di non prendere parte alla chiusura di valvole e campi petroliferi, ricordando loro che il coordinatore della Rabbia del Fezzan ha rischiato di essere arrestato ed è ora impossibilitato dal viaggiare fuori del Paese, o dal farvi ritorno. Lo sceicco si è detto contrario alla chiusura repentina delle valvole per i danni devastanti che questa avrebbe comportato alle strutture. Questo è solo l’ultimo segnale della divisione tribale, uno dei fattori alla base del conflitto. Lo stesso sceicco delle tribù del sud aveva partecipato ad un incontro con il presidente tunisino Kais Saied, visita che ha subito la condanna del Consiglio Supremo delle Tribù e delle città della Libia.

La Libia fu costruita, nel bene e nel male, attorno a un sistema tribale e regionale. La storia insegna che sia le potenze colonizzatrici di Italia e Gran Bretagna, sia la monarchia di breve durata del re Sanussi, sia lo stesso colonnello Muammar Gheddafi, hanno dovuto fare i conti con le strutture tribali e le eterogenee componenti sociali. La fratellanza Senussi mise le sue radici nell’est della Libia ai tempi dell’Impero ottomano e poi ebbe un ruolo chiave nella resistenza contro la colonizzazione fascista. Questo è stato possibile solo grazie agli accordi con la rete tribale esistente. Anche le donne della famiglia Gheddafi sono state in grado di mettersi in salvo grazie alla lealtà delle tribù del sud nel 2011. Un fattore determinante, ma anche una variabile incerta nell’attuale conflitto.

Quando diciamo “i libici sono in grado di trovare una soluzione da soli”, non è una frase fatta, ma un’evidenza dimostrata in diverse occasioni anche recenti. Quando tra agosto e settembre del 2018, la violenza si riaccese tra i gruppi armati affiliati al Ministero dell’Interno e della Difesa del Governo di Serraj, furono le tribù occidentali a mettere a tacere le armi. Un meeting venne indetto a metà gennaio 2019 nella città di Bani Walid per fermare gli scontri. In particolare il Consiglio sociale Warfalla aveva impedito alle milizie di Tripoli di attaccare Tarhouna per vendetta. Il vertice era servito a concretizzare il cessate il fuoco raggiunto a Zawiya dalle Nazioni Unite tra la Settima Brigata e i gruppi armati dell’odierna Tripoli Protection Force raggiunto mesi prima.

Come allora, il Consiglio Sociale Warfalla ha annunciato per martedì 28 gennaio una riunione di emergenza delle componenti sociali nella città di Bani Walid. Il Consiglio non ha reso nota l’agenda dell’icontro, limitandosi a dire che le tribù si riuniranno per il bene e la sicurezza della Nazione. Sabato, tuttavia, il Consiglio Supremo delle tribù e delle città libiche ha emesso un comunicato in cui rigetta l’iniziativa, aggiungendo che la presidenza del Consiglio Supremo non ha ricevuto alcun invito formale. Il presidente delle tribù di Warshefana, al-Mabrouk Abu Amid, ci ha spiegato che la decisione del Consiglio è dovuta alla mancata comunicazione da parte della tribù Warfalla dei punti che le tribù intendono affrontare. “Non sono contro l’incontro – ha detto – ma non sappiamo qual’è il motivo di questa riunione. Ho chiamato diverse volte il Consiglio di Bani Walid e non ho ricevuto risposta, nè sono stato richiamato”. Lo sceicco del tribù del Sud, Ali Abu Sbeha, ha detto al contrario che parteciperà all’incontro, sottolineando le divisioni all’interno del Consiglio Supremo delle tribù e delle città libiche.

Anche il capo del Consiglio delle Tribù per la Riconciliazione, Mohamed al-Mubashir, ha fatto sapere che diserterà l’incontro. Alcune componenti temono che la riunione di emergenza a Bani Walid intenda legittimare il Governo di Accordo Nazionale, soprattutto dopo che gli anziani di Misurata hanno benvenuto l’iniziativa. Le tribù non devono essere considerate come sistemi autoritari e gerarchici. Al contrario, ogni tribù è divisa in sotto-tribù, con linee familiari e famiglie allargate. Nel 2011, i Warfalla non hanno agito come attore unico. In particolare le figure chiave di Bani Walid, l’ex presidente del Consiglio sociale, Ali Al-Ahwal, e il suo vice, il dignitario religioso Muhammad al-Barguthi, figura chiave anche nella riunione del gennaio 2019 per la pace con Tarhouna, sostennero il Governo Gheddafi durante le rivolte, mentre le famiglie Werfalla nell’Est del Paese appoggiarono i ribelli. “Diciamo al fratello Muammar Gheddafi che non è più un fratello, gli chiediamo di lasciare il Paese”. Disse uno sceicco Warfalla di Bengasi nell’ottobre 2011.

Alla luce di tutto ciò è chiaro che il fattore tribale è un elemento da non sottovalutare. Il tessuto sociale libico, seppur estremamente frammentato, potrebbe dare ancora una volta delle risposte concrete alla crisi in corso, già a partire dalla prossima conferenza per la Libia, martedì, a Bani Walid.

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