Non chiamateli bambini dell’Isis

Di Vanessa Tomassini.

Tunisi, 23 gennaio 2019 – Il media center dell’operazione al-Bunyan al-Marsus ha confermato che sei bambini tunisini non accompagnati, sono stati consegnati dai volontari della Libyan Red Crescent, filiale di Misurata, ai diplomatici di Tunisi per riportarli nel loro Paese d’origine. Il media center ha pubblicato nomi, cognomi ed età di quelli che non esita a chiamare “bambini dell’Isis”, un’etichetta che sembra destinata ad accompagnarli per tutta la vita.

Il gruppo armato “anti-terrorismo” ha affermato che i sei minori, tra i 3 e i 12 anni, sono stati “salvati” durante la guerra nella loro città contro il sedicente Stato islamico. Il capo dell’Osservatorio tunisino per i diritti umani, Mostafa Abdelkabir, ha confermato la notizia attraverso la sua pagina Facebook annunciando l’arrivo dei bambini all’aeroporto di Tunis-Cartagine giovedì pomeriggio.

Abdelkabir ha aggiunto che l’accoglienza di questi bambini è un importante primo passo per la protezione dei minori. Secondo l’Osservatorio restano nelle prigioni libiche almeno altri 36 bambini, 15 a Misurata e 21 nel complesso di Mitiga, quest’ultimo continuamente target di bombardamenti. Il recupero e il reinsedimento di questi bambini rappresentano una sfida che il Governo tunisino finalmente affronta dopo anni di rifiuti.

La parlamentare Khawla Ben Aicha si è preoccupata della difficile situazione dei minori tunisini imprigionati nelle aree di conflitto quando è stata avvicinata tre anni fa dalla Rescue Association of Tunisians Trapped Abroad (RATTA), una ONG locale che sostiene il ritorno sicuro delle famiglie e dei bambini catturati in conflitti all’estero.

Le condizioni all’interno delle carceri libiche sono disastrose. Un rapporto di Human Rights Watch (HRW), pubblicato a febbraio 2019, ha descritto le condizioni di detenzione in Libia come “vivere in celle carcerarie sovraffollate con grave carenza di cibo, vestiti e medicine”. Le carceri vendono cibo, ma a prezzi esorbitanti. Il racconto ha citato due membri di una famiglia tunisina a cui le madri dei bambini hanno detto che alcune donne e i loro figli erano stati picchiati dalle milizie nella prigione di al-Jawiyyah a Misurata.

Il conflitto in corso rappresenta un trauma aggiuntivo per i bambini in stato di detenzione, specialmente quelli non accompagnati, o intrappolati con le proprie madri al “fronte”, ossia nelle prigioni presso l’aeroporto internazionale di Mitiga a Tripoli.

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