L’invio di truppe dalla Turchia allontana il futuro dai libici

Di Vanessa Tomassini.

Il Parlamento turco ha approvato la proposta del presidente Recep Tayyp Erdogan di inviare un contingente di militari in Libia su richiesta e in sostegno del Governo di Accordo Nazionale (GNA) rappresentato dal premier Fayez al-Serraj. La mozione, presentata lunedì e ratificata giovedì in seguito alle discussioni dell’aula parlamentare, presieduta dal presidente Mustafa Shantoub, prevede l’invio di truppe nel Paese nordafricano per un periodo di un anno e rinnovabile di anno in anno, come previsto dall’articolo 92 della Costituzione turca. Tale richiesta è stata inoltrata dal Consiglio presidenziale con base a Tripoli nell’ambito dei due Memorandum d’Intesa, firmati ad Ankara il 27 novembre 2019, in materia di cooperazione militare e di sicurezza, e di definizione di un’area di competenza esclusiva tra i due Paesi nel Mediterraneo orientale.

Non si è fatta attendere la risposta dell’Egitto dove il presidente Abdul Fattah al-Sisi ha convocato il Consiglio di sicurezza nazionale in via straordinaria per discutere degli sviluppi del dossier libico e le minacce derivanti dall’intervento militare esterno. Il Consiglio avrebbe emesso una serie di provvedimenti “in diversi settori” per contrastare ogni possibile minaccia per la sicurezza nazionale egiziana. Della decisione è stato immediatamente informato il presidente americano, Donald Trump, in un colloquio telefonico con Ankara, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa “Anadolu”. Trump avrebbe avvertito Erdogan che tale azione complicherà ancora di più la situazione, mentre l’Unione europea ha ribadito a tutte le parti interessate il suo appello a cessare tutte le azioni militari e riprendere il dialogo politico, sottolineando che non può esserci una soluzione militare alla crisi in Libia.

L’arrivo di truppe straniere in Libia viene percepito negativamente dalla maggior parte dei libici, sebbene il GNA continui a motivare la sua richiesta di sostegno militare ad Ankara con la necessità di difendersi dall’aggressione delle forze armate giunte alla periferia di Tripoli da tutto il Paese. Città e tribù della Libia hanno infatti sostenuto le operazioni militari dell’LNA del feldmaresciallo Khalifa Haftar perchè stanche dello stallo in cui versa il Paese, della mancanza di sicurezza e servizi di base, del mancato ripristino delle agenzie di sicurezza da parte del GNA in quanto tutti gli attori statali non sono considerati legittimi, poichè non eletti dal popolo. In Libia dopo 8 anni dalla caduta del regime di Muammar Gheddafi non esiste ancora una Costituzione e la divisione politica non è rappresentata solamente dalla presenza di due Governi e due corpi legislativi, ma anche dalla presenza di entità parallele a livello di Consigli sociali, tribali, municipali e via dicendo, alla quale nessuna truppa straniera potrà porre rimedio, ma soltanto prolungare lo stato di oppressione e le sofferenze del popolo libico, senza sottovalutare il rischio di infiltrazioni terroristiche tra le truppe regolari di Ankara.

La delibera dell’invio di truppe turche in Libia, a 5 giorni dalla missione europea nel Paese nordafricano, rappresenta l’ennesima espressione di forza del presidente Erdogan, nonchè una pugnalata alle spalle per i suoi alleati europei, intenti a trovare una soluzione pacifica e ad un cessate il fuoco nell’ambito della Conferenza di Berlino che ancora non riesce a trovare una data certa. Il Dipartimento di Stato americano ha invitato tutti gli attori statali a smettere di alimentare il conflitto in Libia, ribadendo il sostegno degli Stati Uniti agli sforzi dell’inviato speciale del Segreatario Generale delle Nazioni Unite, Ghassan Salamè, impegnato a raggiungere un accordo che garantisca prosperità e sicurezza a tutti i libici. Quanto ratificato dal Parlamento turco non solo aumenta le differenze con i vicini europei, ma spacca letteralmente il mondo arabo.

A tal proposito il ministro degli Esteri algerino, Sabri Bogadoum, ha confermato il rifiuto da parte del suo Paese alla presenza di qualsiasi forza straniera in Libia, sottolineando l’importanza di raggiungere un consenso tra tutte le componenti sociali libiche. Bogadom ha ribadito la convinzione dell’Algeria che la soluzione del conflitto in Libia dipende da una soluzione politica e pacifica tra i libici, annunciando iniziative il ministro ha dichiarato che “la lingua dell’artiglieria non è la soluzione, ma la soluzione sta nella consultazione tra tutti i libici con l’assistenza di tutti i Paesi vicini, in particolare dell’Algeria”. Il ministro ha anche annunciato l’invio di aiuti umanitari in sostegno della popolazione, puntualizzando che il suo Paese è sempre rimasto alla stessa distanza dalle parti in conflitto in Libia e ha adottato una posizione di solidarietà con il popolo libico dall’inizio della crisi.

La decisione di Ankara è spaventosa non solo per gli scenari militari che ne potranno scaturire, ma soprattutto perchè potrebbe essere seguita da altri Paesi che sostengono il feldmaresciallo Khalifa Haftar, facendo leva sulla legittimità del Parlamento con base a Tobruk. Intanto l’esercito ha dichiarato lo stato di assedio in Libia, invitando ogni cittadino libico ad impugnare le armi contro il nemico straniero. Gli interventi esterni nel conflitto stanno superando l’entità del coinvolgimento nazionale, allontanando il controllo del futuro della Libia dai libici e mettendolo nelle mani di soggetti stranieri, che non hanno accettato l’invito gratuitamente.

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