Il protrarsi del conflitto sta causando traumi profondi nei giovani libici

Di Vanessa Tomassini.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha dichiarato sabato che gli anni di conflitto in Libia hanno colpito la salute mentale di molti nel paese nordafricano, confermando che sta lavorando con il Ministero della Sanità del Governo libico di Accordo Nazionale e i suoi partner per aiutare la Libia. L’OMS ha rivelato che il proprio staff sul campo ha valutato i servizi di salute mentale e il supporto psicosociale forniti nelle diverse strutture sanitarie di Tripoli, al fine di identificare il coordinamento richiesto per affrontare gli ostacoli e le sfide e fornire i servizi di supporto psicosociale necessari.

In Libia i livelli di violenza sono estremamente elevati. Il protrarsi del conflitto sta causando traumi profondi che influenzano le decisioni, le abitudini e lo stile di vita anche dei più giovani, cresciuti in ambiente di ostilità. Il trauma profondo dovuto alla sovraesposizione alla violenza, può innescare reazioni violente, disturbi del sonno e difficoltà nel contenere la rabbia. Parlando con molti giovani libici ci si accorge che nella loro mente, essi vivono in guerra. Soffrono di quello che gli esperti definiscono disturbo post traumatico da stress (PTSD). Affrontare il trauma è vitale. Se il problema non viene risolto qualsiasi processo di pace e dialogo fallirà.

Negli ospedali al Cairo, in Egitto, abbiamo incontrato alcuni giovani tra i 21 e i 26 anni, e le loro famiglie che hanno riferito di essere stati feriti durante le battaglie in e intorno a Tripoli, tra aprile ed agosto 2019, dopo essersi arruolati nel Libyan National Army sotto il comando del feldmaresciallo Khalifa Haftar. Alcuni di loro hanno riportato gravi ferite agli arti, alcuni hanno perfino perso una gamba o un piede. Ricoverati in Egitto da mesi, il loro unico desiderio è quello di tornare a combattere. Mohamed, poco più che vent’enne, dice di aver combattuto a Derna quando era appena maggiorenne ed era sto ferito nello stesso punto del corpo. Si trova in ospedale da agosto 2019, dopo essere stato colpito dal fuoco nell’asse di Khalet al-Furjan.

Abbiamo chiesto al padre cosa ne pensasse del fatto che il figlio stesse combattendo a Tripoli e ci ha risposto che “non c’è stato nulla da fare, pur avendo provato a dissuaderlo da questa scelta, Mohamed è voluto unirsi ai suoi amici nella guerra nella capitale”. Padre e figlio hanno riferito di non aver partecipato ad alcuna formazione e che l’unico training a cui ha avuto accesso è stato quello sul campo a Derna e in Bengasi. Il padre ci racconta di aver chiesto all’esercito di iscrivere il figlio in una accademia militare, ma questo non è stato possibile perchè all’epoca non era in buona salute per le ferite riportate a Derna. Allora facciamo notare che quando un musulmano uccide un suo fratello, nessuno dei due vedrà mai il paradiso secondo la religione musulmana, e che quanto sta accadendo è strano per un Paese come la Libia, così attaccato ai precetti dell’Islam, così ci viene detto che nel 2011 i leader religiosi in Libia hanno invece sottolineato quanto fosse giusto uccidere un musulmano, come nel caso di Muammar Gheddafi. L’uomo si rattrista nel pensare che suo figlio abbia interrotto la carriera sportiva delle arti marziali per la guerra.

Un compagno di Mohamed, appena 22enne ha perso la gamba destra nello stesso fronte ed è stato da poco dimesso dall’ospedale egiziano dopo aver subito interventi chirurgici importanti, negli ultimi 7 mesi. Il giovane ci ha detto che tornerà a Bengasi per ottenere un visto per l’Europa, dove cercherà una protesi in modo di poter ritornare a combattere.”Cosa dice tua madre di tutto ciò?” La risposta è stata: “nulla, mia madre continua a piangere”. Il fratello, lontano dalla guerra e dalle milizie, ci racconta che Munir ha sempre amato la guerra e che vede il feldmaresciallo Khalifa Haftar e il maggior Mahmoud al-Werfalli come degli eroi.

In Tunisia, dove sono ricoverati, i combattenti delle forze affiliate al Governo di Accordo Nazionale (GNA) ci troviamo di fronte alle medesime situazioni. Giovani più o meno gravemente feriti in battaglia, dove si sono riversati senza aver ricevuto alcun training, nè formazione militare. Entrambe le fazioni pagano per curare i propri combattenti, alimentando un business di centinaia di milioni di dinari. Negli occhi di questi ragazzi si percepisce rabbia e frustrazione, nonchè l’inconsapevolezza delle proprie azioni. Nella loro mente c’è solo la guerra che segna profonde differenze e lacune rispetto ai coetanei di altri Paesi arabi. Questi giovani o vengono lasciati morire, o il loro recupero è fondamentale per il successo di qualsiasi processo di pace e stabilizzazione in Libia.

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