Non solo fantasmi a Derna

Di Vanessa Tomassini.

Derna, 25 maggio 2019 – In occidente non se ne parla molto. Per qualche inspiegabile motivo, il fenomeno del terrorismo in Libia viene quasi sminuito, declassato a lotta per il potere. Eppure nella Libia orientale, i resti del Califfato sono tangibili, documentati, impressi nelle ferite dei soldati e dei residenti che hanno partecipato alla sanguinosa battaglia contro gli islamisti.

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Giovani impegnati a ricostruire, Derna, Speciale Libia (VT)

A Derna, la vita prova a ripartire, molti giovani sono a lavoro per ricostruire i propri negozi, le loro abitazioni dopo che migliaia di famiglie sono state costrette a fuggire per non divenire scudo dei jihadisti. La battaglia più feroce contro Daesh si è conclusa soltanto pochi mesi fa nell’antica medina, oggi ridotta in cumuli di macerie. Entrando in quella che un tempo era una meravigliosa moschea, il soffitto mostra i segni dei bombardamenti aerei dell’aviazione guidata dal maresciallo Khalifa Haftar, che ha risposto alla chiamata dei suoi concittadini. L’operazione dignità è partita da Bengasi ed inizialmente il generale poteva contare su poco più di 300 uomini. Hasma, una donna sulla cinquantina, ci racconta che “quando il sedicente stato islamico ha fatto di Derna, una sua provincia, per le donne la vita è diventata impossibile. Ci siamo dovute dimenticare di make up e profumi, il nero doveva coprire ogni centimetro del corpo. Anche mostrare gli occhi era un reato”.

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I segni della guerra al terrorismo, Derna, Speciale Libia (VT)

 Per arrivare alla città, sullo stradone, una linea rossa ricorda quello che era il confine dello stato islamico, a cui nessuno poteva accedere. Qui, nel dicembre del 2013, il colonnello Fathallah al-Gzairi, capo dell’intelligence militare a Bengasi, è stato assassinato dai jihadisti mentre si stava recando al matrimonio di una nipote. I familiari lo hanno aspettato invano per ore, prima di apprendere la funesta notizia. Sulla parete di uno di quei pochi locali che sono resistiti alla guerra al terrorismo, da una parte, i nomi dei soldati che hanno combattuto Daesh, poco più in là in un altro pezzo di muro, una scritta inquietante in arabo: ‘Daesh non morirà mai’, cancellata e corretta da qualcun altro in “Daesh non tornerà mai”. Tra questi vicoli, sembra di andare a caccia di fantasmi, ma la sensazione che ci pervade e il dubbio che ci lacera è se bastino davvero bombe e raid aerei per sconfiggere un’idea. La risposta arriverà poche ore dopo. Mentre cerchiamo di parlare con la gente del posto per raccogliere qualche storia, undici sostenitori di Daesh vengono arrestati.

 

 

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