Di Vanessa Tomassini.

Dall’insediamento del nuovo Governo pentastellato, l’Italia sta dando nuovo impulso ai rapporti con la Libia, dando la priorità al Governo di Accordo Nazionale supportato dalle Nazioni Unite. Nell’ottica di contrastare il traffico di esseri umani, oltre alla RADA, le forze speciali di deterrenza del Ministero dell’Interno, le Petroleum Facility Guards (PFG), le guardie addette alla sicurezza degli impianti petroliferi che rispondono al Ministero della Difesa, svolgono un ruolo significativo. Fino al 2016, la maggior parte dei migranti è stata portata da Kufrah ad Agedabia, dove erano tenuti sotto l’autorità del comandante delle PFG, Ibrahim Jadhran. Ci sono evidenze che i migranti sono stati utilizzati in operazioni militari dalla PFG, anche di rimozione delle mine, senza addestramento militare o equipaggiamento protettivo.

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È opportuno ricordare che Ibrahim Jadhran è l’autore dell’attacco alla Mezzaluna petrolifera del 14 giugno 2018. In seguito agli scontri con l’esercito nazionale libico diversi miliziani provenienti da Chad e Sudan sono stati ritrovati morti nell’area. Voci non ancora confermate, ma sempre più insistenti, vorrebbero che Ibrahim Jadhran e alcuni suoi seguaci sarebbero passati da Misurata con l’aiuto di un funzionario del Ministero della Difesa e dell’ospedale da campo italiano, recentemente visitato dal ministro della Difesa Elisabetta Trenta. Alcuni hanno anche ipotizzato che l’ex capo delle PFG avrebbe addirittura ricevuto assistenza per un trasferimento aereo verso Ankara da Misurata. Si ricorderà che sempre in Turchia, ad Istanbul, Jadhran aveva tenuto incontri con funzionari del Governo britannico nel maggio del 2016.

E’ facile che chiunque sfidi il capo del Libyan National Army possa ricevere supporto da quelle fazioni islamiste che da sempre Haftar combatte ed è ipotizzabile che questo rientri in un gioco internazionale più ampio dove ogni potenza continua a supportare il proprio cavallo di battaglia. L’esercito libico orientale ha affermato giovedì di avere prove del supporto ad Ibrahim Jadhran da parte della Banca Centrale Libica, senza tuttavia fornire alcuna evidenza, forse perchè questa proverebbe sì il coinvolgimento di altri attori dietro Jadhran, ma mostrerebbe anche al mondo la grande opposizione che ancora l’uomo forte di Tobruk deve fronteggiare. Jadhran infatti nella sua operazione nella Mezzaluna petrolifera ha ricevuto molteplici aiuti. Se il supporto italiano, qatarino ed alegerino è tutto da dimostrare, quello dei Gheddafisti di Bani Walid, città che invece dovrebbe essere sotto il pieno controllo di Haftar, è certo.

Come è avvenuto nella Mezzaluna petrolifera, dove forze riconducibili ad al-Qaeda in Libia avrebbero partecipato all’attacco, spesso le milizie e le forze di sicurezza del Consiglio Presidenziale si mischiano o si avvalgono della collaborazione di gruppi estremisti. Lo stesso ministro della Difesa, Mahdi al-Barghathi, risulta sospeso per l’attacco alla base aerea di Brak al-Shati, nella Libia meridionale, avvenuto il 17 maggio 2017, dove persero la vita oltre 150 persone. L’operazione fu guidata dal Consiglio Presidenziale e dal Ministero della Difesa, e fu condotta da gruppi estremisti affiliati ad al-Qaeda e Daesh, nonché dagli uomini della Terza Forza di Misurata, sotto l’egida del generale Jamal Triki e di Mohammed Kulaioan, di cui al momento si sono perse le tracce, sebbene alcuni media affermino non si trovino più in Libia. In seguito alla vicenda, il presidente Fayez al-Serraj ha istituito una commissione d’inchiesta per individuare le responsabilità, i cui risultati non sono ancora stati rivelati. Va ricordato che il ministro al-Barghathi è stato sospeso, ma mai rimosso.

Oggi fonti vicine al Governo di Tripoli sostengono che il ministro potrà presto riprendere servizio, dopo che – entro pochi giorni – verranno rivelati i risultati delle indagini, condotte da organi sotto il controllo delle stesse parti coinvolte. L’autorità per il Controllo Amministrativo aveva chiesto al Consiglio Presidenziale, già lo scorso 24 marzo, di fare luce sulla vicenda. Mercoledì la stessa autorità ha inviato una lettera al ministro in cui lo autorizza a riprendere servizio.

Sebbene l’impiego di contractor e agenzie di sicurezza straniere sia stato sempre negato dal Governo di Accordo Nazionale, un documento rilasciato dal pannello di 15 esperti delle Nazioni Unite rivelava già nel giugno 2017 la partecipazione di uomini armati stranieri in operazioni militari in Libia. È chiaro inoltre che le milizie armate sul libro paga del Governo di Accordo Nazionale, hanno fatto pressione più e più volte sugli uffici responsabili del rilascio dei passaporti, affinché cittadini stranieri ricevessero documenti falsi per i loro viaggi all’estero. È il caso di un cittadino sudanese che avrebbe ottenuto dal registro civile di Misurata un documento libico che affermava fosse nato a Bengasi il 1mo gennaio 1987, per viaggiare ripetutamente da Tripoli ad Ankara tra maggio e settembre 2015, fino alla fine del 2016. Gruppi armati hanno preso più volte il controllo dell’ufficio passaporti a Sirte e Misurata. Il motivo dei viaggi non è mai stato rivelato, tuttavia è evidente l’importazione di armi dall’esterno, malgrado l’embargo. Alcuni cittadini di Tripoli, con cui siamo in contatto, hanno dichiarato negli ultimi mesi di recarsi frequentemente in Tunisia, Algeria, Malta, Turchia e Libano per procurarsi armi e valute straniere, attraverso il rimborso di lettere e carte di credito, per il mercato nero parallelo che ha tassi di cambio vantaggiosi e che rischia di mettere in ginocchio l’economia libica. Uno di questi, in particolare, afferma mostrandoci armi sofisticate che “l’Italia sarebbe stata molto soddisfatta”, senza tuttavia chiarire il motivo di tali affermazioni.

In questo contesto, Misurata, terza città per importanza della Libia, situata nella zona costiera del Golfo della Sirte con oltre 400.000 abitanti, assume sempre più un ruolo strategico. La Francia, che dall’inizio del conflitto ha sostenuto l’uomo forte di Tobruk, starebbe cercando da tempo di stabilire una presenza militare nella città come l’Italia, ipotesi discussa anche di recente dal ministro degli Esteri francese, Jean Yves Le Drian, accolto dal presidente del Consiglio Municipale e da alcune figure di spicco delle forze armate, nonchè da un discreto numero di imprenditori. Per il momento, secondo quando confermato da un giornalista del posto vicino al consiglio locale, ci sarebbe solamente l’accordo per il ritorno di diverse compagnie francesi che potranno riprendere progetti importanti, rimasti interrotti tra il 2011 ed il 2014. Anche il presidente del Consiglio del Governo di Accordo Nazionale, composto anche da misuratini come Ahmed Maiteeq, di recente ricevuto a Roma dal ministro dell’Interno italiano Matteo Salvini, starebbe da tempo coinvolgendo i leader delle milizie della città in incarichi militari.

Mercoledì mattina, secondo fonti vicine al Consiglio Presidenziale, il premier Fayez al-Serraj avrebbe ricevuto nei suoi uffici, Mohamed al-Haddad, capo della regione militare centrale che si estende da Misurata a 700 chilometri ad est fino a Zueitina. Per il comandante al-Haddad, già leader della brigata al-Halbous di Misurata, il presidente Serraj ha pensato già da tempo il ruolo di Capo di Stato Maggiore della Difesa, incarico che secondo più voci dovrebbe essere annunciato a breve.

Il suo nome veniva vociferato già nel giugno del 2017 insieme a quello di Osama al-Juwaili, candidatura quest’ultima inaccettabile per la sua vicinanza alla Fratellanza Musulmana, vista mal volentieri non solo in Cirenaica, ma anche dalle stesse forze Rada che, come abbiamo già visto, si oppongono ferocemente agli islamisti. Tali cambiamenti, seppur necessari per l’equilibrio delle forze nella capitale, rischiano di destabilizzare ancora una volta il processo politico verso le elezioni, fortemente volute dai libici e dalla Francia, ma viste con sospetto dall’Italia che preferisce attendere il raggiungimento di una completa riconciliazione.

 

 

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