Pubblichiamo qui di seguito la lettera aperta indirizzata al Ministro dell’Interno, Matteo Salvini, da parte dell’ingegnere Gianni de Cecco, uno dei tanti imprenditori italiani costretti a fuggire dalla Libia nel 2011.

Egregio Onorevole Matteo Salvini,

sono il titolare di una società friulana, la Friulana Bitumi International srl, che lavorava in Libia prima dello scoppio della rivoluzione del 2011.

In questi giorni Lei ha annunciato che andrà in Libia per confermare l’amicizia tra i due Paesi e una collaborazione economica per investire in strade, infrastrutture, ospedali ed altro.

Questa notizia, se da un lato mi riempie di gioia per il popolo libico, dall’altro mi rammarica perché penso a noi imprenditori italiani – pensi che l’ICE aveva censito 107 società attive in Libia alla fine del 2010 – che non potremo esserci. Mi rattrista pensando ai danni che abbiamo dovuto subire per via dell’intervento francese e della Nato con il supporto anche dal nostro Paese. Sono trascorsi più di sette lunghi anni e nessuno si è ancora posto il problema, o almeno così sembra, che quel centinaio d’imprese che operavano in Libia in quel periodo storico avevano ed hanno un patrimonio di relazioni, di esperienze, di professionalità, che per costituirlo hanno dovuto investire ingenti risorse umane, economiche e temporali.

Caro ministro, credo che tutte le Imprese e Società che erano presenti in Libia all’inizio del 2011, e che sono ancora attive, si riorganizzerebbero per ripartire e andare a completare i contratti sospesi ed avviare altre collaborazioni con le Autorità libiche senza pensarci due volte. Per fare ciò tuttavia, ad eccezione delle grosse imprese italiane strutturate, bisogna avere la disponibilità economica, disponibilità che deriverebbe dalla liquidazione dei crediti maturati in Libia prima del 2011, e che a sette anni di distanza nessuno si è curato di liquidare o anticipare. 

Io con la mia società oltre ad aver progettato più di 900 ettari di infrastrutture a Tobruk e 180 a Cirene, avevo ricevuto l’affidamento della progettazione e parziale realizzazione della nuova città di Sidi Al Hamri, un centro di 72.000 abitanti, del valore di qualche miliardo di euro: un’opera importante che ci avrebbe consentito di superare la crisi economica che si era sviluppata in Italia e nel resto d’Europa.

Invece un destino crudele ci ha costretto a ridimensionare le nostre attività per sopravvivere in attesa di essere liquidati e nella speranza di non fallire. Siamo stati lasciati soli nel disbrigo di pratiche e scartoffie, senza ricevere alcun supporto nell’interfacciarci con le controparti libiche, sebbene lo Stato su quei progetti ha preteso la sua parte. Gli amici libici non mi hanno mai detto che non pagheranno, ma ora non lo possono fare perché le risorse devono destinarle ad altro. Qualche personalità libica aveva proposto che fossimo liquidati in Italia considerati i crediti che la Libia vanta con il nostro Paese: Trattato di amicizia (danni di guerra); risorse energetiche, ecc. Invece: i fondi congelati sono stati scongelati senza considerarci; i fondi del Trattato di Amicizia sono stati spesi dai vari Governi per finanziare opere come piste ciclabili e ristrutturazioni edilizie. Io mi chiedo, ma noi chi siamo? Forse perché siamo piccoli non veniamo considerati, ma anche noi contribuivamo allo sviluppo economico del nostro Paese, davamo da mangiare a migliaia di italiani tra collaboratori diretti e l’indotto, peraltro in un periodo di crisi.

Finalmente l’anno scorso nella legge di bilancio è stato inserito l’articolo 1, comma 268 che tratta la cessione dei nostri crediti.

Ad oggi, purtroppo, i decreti attuativi che dovevano essere promulgati entro 60 giorni dalla Farnesina, Direzione Generale Promozione Sistema Paese, sono ancora nel cassetto. Interpellati lo scorso mese mi hanno risposto che erano in corso le verifiche con la Commissione Europea in materia di compatibilità con la normativa sugli aiuti di Stato. Vorrei sottolineare che sono trascorsi più di sei mesi dalla promulgazione della legge. Come fanno a essere considerati aiuti di stato se riguardano la cessione di un credito? Io mi sto convincendo sempre di più che a “questi signori” non interessa la situazione delle nostre aziende e dei loro collaboratori, al punto che penso gioiscano se falliamo.

Mi ha fatto molto piacere apprendere che Lei e l’onorevole Luigi Di Maio abbiate a cuore la sorte degli imprenditori che si sono trovati in difficoltà non per causa loro, come Sergio Bramini, perché anche noi siamo nella stessa situazione in quanto costretti a fuggire dalla Libia non per causa nostra e per questo lo Stato Italiano dovrebbe avere un occhio di riguardo nei nostri confronti.

Mi auspico che Lei e il nuovo Governo vi attivate per farci liquidare i crediti maturati prima che falliamo, la ringrazio anticipatamente e le auguro buon lavoro.

 

Ing. Gianni De Cecco

DeCecco
L’ingegner Gianni De Cecco ed il suo collaboratore Bashir, Libia, 2009

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