INTERVISTA ESCLUSIVA AI SINDACI DI TRIPOLI E BENGASI

di Vanessa Tomassini –

TRIESTE. A margine dell’incontro di giovedì 22 febbraio, a Trieste, nell’ambito dell’avvio del progetto “PATH-DEV – Pilot Action in Fishery Sector for Libya Economic Development”, volto al rafforzamento dello sviluppo economico locale nel settore della pesca in Libia, abbiamo incontrato i sindaci delle città di Tripoli e Bengasi. Il progetto fa parte dell’iniziativa di Nicosia patrocinata dal Comitato delle Regioni, è stato finanziato dal ministero dell’Interno e attuato dalla Regione autonoma Friuli Venezia Giulia. L’intento di questa doppia intervista è quello di fare un quadro della situazione nei due maggiori centri del paese nordafricano che tenga conto dei fatti e degli sviluppi più recenti.

Una prospettiva da Tripoli.
Abdirauf Beitelmal, sindaco di Tripoli, ci ha spiegato che “Innanzitutto come sindaci abbiamo l’onere principale di fornire ai nostri cittadini i servizi quotidiani, ma in generale dopo la rivoluzione abbiamo assistito a una diffusione di armi in tutto il Paese. Qualora fosse successo in qualsiasi altro Stato, ci sarebbero state stragi rispetto a quello che è accaduto in Libia. Ci sono milizie armate, ma cominciano a scomparire”. “Per quanto accaduto nella zona dell’aeroporto – ha aggiunto – non ho molti dati o informazioni precise in merito. In generale, anche se avvengono alcuni episodi qua e là, la situazione della sicurezza a Tripoli percepita dal cittadino è ottima, se non eccellente. Tutti i nostri problemi sorgono dalla situazione politica incerta, ma non appena si risolverà tutte queste questioni svaniranno”. Beitemal è convinto che le elezioni riusciranno a far uscire il paese dallo stallo attuale. Sui social impazza l’hashtag #SaveTheOldTripoli, salva la città vecchia di Tripoli, a tal proposito il sindaco ha confermato che salvaguardare e ripristinare il patrimonio storico e artistico della città “è uno dei nostri principali obiettivi. Tripoli è una delle città più antiche del mondo dove la vita ha avuto una continuità senza interruzioni. È vero che con la mancanza di manutenzione, alcuni monumenti stanno crollando, ci sono molti edifici storici dell’epoca ottomana che necessitano di interventi di riqualificazione”. “E poi abbiamo tutte le testimonianze dell’occupazione italiana – ha detto – tutti gli edifici in stile italiano che rappresentano il centro della mia città”. Il sindaco ha affermato che nell’esercizio dei suoi poteri ha “un’autonomia decisionale completa, rispettando il quadro giuridico chiaramente. Poi se queste decisioni vengono tradotte in realtà – ha precisato – è un’altra questione, in quanto per essere implementate devono passare attraverso altri organi dello Stato centrale”. Parlando delle aziende italiane che hanno dovuto abbandonare il Paese allo scoppiare della rivoluzione del 2011, il primo cittadino di Tripoli, ha detto che è necessaria una distinzione: “una cosa è fare una stima concreta ed un’altra sono le speranze. La situazione attuale è molto migliore rispetto al passato, l’ambasciata italiana è tornata ed è operativa. Noi auspichiamo che possano riprendere i contatti attraverso visite degli operatori economici italiani. Ad esempio anche in questo contesto (del progetto Path Dev ndr) noi abbiamo insistito per avere in visita gli esperti italiani, come preparazione alla fase successiva. Noi stiamo operando con tutto lo sforzo possibile anche attraverso i contatti con l’Europa, ed in particolare con l’Italia, per riaprire le finestre di opportunità e preparare il ritorno delle aziende straniere”.

Una prospettiva da Bengasi.
Il sindaco di Bengasi, Abdulrahman Elabbar, parlando della situazione della sicurezza della sua città ha chiarito: “È vero c’è stata un’esplosione in una moschea, poi un secondo attentato più leggero ed attendiamo altri attentati con esplosivi, in quanto è una questione naturale, è normale; siamo usciti da una guerra dura contro il terrorismo e senza dubbio dobbiamo ancora attendere qualche rappresaglia, qualche atto di vendetta. Tuttavia va detto che gli attentati avvengono in tutto il mondo, ieri negli Stati Uniti un cittadino ha ucciso 19 persone, anche questo è un attentato terroristico, così come in Francia, in Belgio, in Gran Bretagna. Atti di terrorismo avvengono ovunque: a Manchester, in Egitto, in Algeria, in Turchia, però noi a Bengasi avvertiamo una situazione di sicurezza nettamente migliore a quella descritta da alcuni media e le autorità stanno cercando di espandere la legalità in tutta la regione, ma ciò richiede tempo”. Riguardo ad alcune manifestazioni che di recente hanno messo a ferro e fuoco Bengasi, viste da molti come proteste contro il generale Khalifa Haftar, il sindaco Elabbar ha spiegato che “Queste manifestazioni riguardano la creazione delle forze speciali e ad altri apparati dell’esercito. Quando le forze armate hanno iniziato questa battaglia contro il terrorismo c’erano militari regolari, che sono stati raggiunti da altri giovani volontari che non lo erano, ma nel contesto di supporto alla battaglia contro l’islamismo si sono arruolati volontariamente tra le file dell’esercito”. Ha poi aggiunto che “Alcuni di questi volontari effettivamente non hanno un comportamento lodevole. Una volta finita la battaglia il comando dell’esercito ha iniziato ad organizzare i battaglioni, anche liquidando gli elementi non disciplinati. La sala operativa composta dal comando generale ha iniziato a prendere delle decisioni col fine di eliminare gli elementi che hanno dimostrato un comportamento non soddisfacente, decidendo di allontanarli sia dall’esercito che dalla polizia, individuando anche tutti gli elementi precedentemente condannati”. “Queste categorie – ha proseguito – ovviamente non sono rimaste contente ed hanno reagito perché credevano che partecipando alla guerra al terrorismo avrebbero avuto un’immunità a vita, che li proteggesse di fronte alla legge. Per questo hanno appiccato fuochi ad alcuni incroci, ora diversi gruppi sono stati arrestati e vengono interrogati”. Riassumendo il sindaco ha detto che “Spesso alcuni media libici amplificano alcune situazioni a loro piacimento, ma la situazione a Bengasi è tranquilla”. Ha poi ammesso sorridendo che la citta di Bengasi “ha un milione e 250mila abitanti ed ovviamente non sono tutti dei santi”. Alla nostra domanda su Mahmoud al-Werfalli, condannato dalla Corte Internazionale di Giustizia per crimini contro l’umanità ed esecuzioni sommarie, il primo cittadino Abdulrahman Elabbar ha risposto che “Mahmoud al-Werfalli al momento è sospeso e viene interrogato”. “Non credo che verrà consegnato alla Corte di Giustizia Internazionale – ha aggiunto – perché è una questione locale. Sarà interrogato e processato dinanzi al tribunale competente ed avrà tutte le garanzie di legge per difendersi”.

Annunci

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: