Lavoratori stranieri in Libia, i diritti come i pagamenti restano sulla carta

Di Vanessa Tomassini.

Dopo anni di conflitto civile e cattiva gestione politica, a cui è sopraggiunto il blocco dei pozzi petroliferi e delle esportazioni, la Libia ricca di petrolio è oggi al collasso economico. Il Governo, impegnato a finanziare continue operazioni militari, numerosi gruppi armati e agenzie di sicurezza, fa sempre più fatica a prendersi cura dei propri cittadini in difficoltà finanziarie, per non parlare della sua forza lavoro straniera.

Già durante gli anni del precedente sistema di Muammar Gheddafi, la maggior parte del personale medico e paramedico impiegato negli ospedali libici proveniva da altri Paesi, specialmente dall’est Europa, ma anche da Filippine e dal sud-est asiatico. Se nel 2011 in molti hanno deciso di fare ritorno a casa, come nel caso di chi stava lavorando nei centri medici nel sud della Libia, molti lavoratori stranieri del settore sanitario, impiegati a Tripoli, o alle dipendenze del Governo, hanno deciso di restare e continuare a svolgere le proprie funzioni.

“Quando sono arrivata in Libia, nessuno mi ha chiesto se ero disponibile o meno a lavorare sotto contratto medico militare. Il Ministero della Salute mi ha messa da sola lì”. Racconta Lina, una dottoressa originaria della Serbia, che dal 1990 al 2017 ha lavorato presso l’ospedale El-Mitiga. “Il mio problema finanziario – prosegue – è iniziato nell’ottobre del 2013, quando un giovane uomo chiamato Wisam al-Arhebi è stato assegnato al dipartimento finanziario militare del Ministero della Salute”.

Secondo la donna, l’uomo si è preso gioco di lei per 4 anni, trovando continue scuse per ritardare il suo pagamento, mese dopo mese. “Next month doctora, mi diceva”, racconta la dottoressa. “A causa di ciò, mi sono rivolta alla corte militare ed ho ottenuto i miei pagamenti, ovviamente decurtati. Nel 2017 ho deciso di fermarmi per stare vicina a mia figlia e da tre anni aspetto di ricevere finalmente i pagamenti”. Lina precisa che non ha avuto problemi con l’amministrazione militare, ma solamente con il dipartimento finanziario dell’istituzione.

“Gli sviluppi economici sono terribili per ciascuno di noi straniero”. Sostiene la donna, spiegando che: “anche la Banca Centrale di Libia fa un gioco sporco con noi lavoratori stranieri, adottando tassi di cambio non legali o spingendoci a cambiare valuta al mercato nero, dove i tassi di cambio sono del 300% o 400% più cari. Ad esempio un dollaro presso la banca viene cambiato a 1,35 dinari libici (LYD), mentre al mercato il prezzo varia ogni giorno, ma difficilmente meno di 5 dinari per un dollaro (USD)”.

La dottoressa non giudica le politiche interne o esterne del Governo libico. “Non mi interessa come spendono i loro soldi, ma avendo un contratto con le autorità libiche, chiedo che i miei diritti vengano rispettati secondo le leggi libiche”. Secondo i contratti e le regolamentazioni in vigore in Libia, alla dottoressa, avendo lavorato per 27 anni, 23 mensilità per 109.350 LYD a cui si aggiungono 6 mesi di mensilità per 12150 LYD. Quindi il dipartimento militare del Ministero della Salute dovrebbe versare alla donna un totale 121.500 LYD, circa 85.800 USD secondo il cambio ufficiale. Alla donna spetterebbero inoltre 67.755 LYD di liquidazione secondo la legge libica, che tiene conto del periodo di attesa per il pagamento dalla cessazione del contratto.

La dottoressa Vitali, un’anestesista ucraina che ha lavorato sotto l’autorità civile del Ministero della Salute ha ricevuto queste somme. Per la legge locale, non è previsto un trattamento differente per chi lavora sotto l’autorità civile e chi invece sotto quella militare del Ministero della Salute. Ora, questi lavoratori come la dottoressa Lina sono combattuti se restare o tornare a casa, anche se ciò significherebbe perdere i propri diritti.

“Il mio passaporto scadrà a settembre e se decidessi di andarmene prima potrei dire addio ai miei soldi”. Racconta la dottoressa Lina, sebbene c’è sempre la possibilità che venga pagata con un assegno. Tuttavia, questo non è mai avvenuto. “Le cose non sono cambiate rispetto al periodo di Gheddafi – prosegue – ho continuato a lavorare per responsabilità e principi, sebbene le cose non sono migliorate con la nuova Libia. A chi se ne è andato è stato detto che avrebbe ricevuto i soldi direttamente sul proprio conto in banca, ma ciò non è mai successo. Molti libici hanno imparato la lezione, ed è per questo che alcuni hanno iniziato sistemare le loro vite in modi alternativi”.

Il tracollo economico della Libia ha fatto sì che le banche hanno disponibilità di liquidità sempre più limitate per i prelievi giornalieri, lasciando la maggior parte dei libici e dei lavoratori stranieri senza poter accedere ai propri risparmi. Un funzionario del Governo di Tripoli ha confermato che gli stipendi, già regolarmente pagati con mesi di ritardo, ora non sono altro che “numeri su carta”. Questa crisi di liquidità è stata accompagnata da un aumento dei prezzi che ha lasciato molte persone in difficoltà finanziarie, mentre i trasferimenti di denaro da e all’estero sono impossibili dal 2014.

Le Nazioni Unite stimano che attualmente vi siano circa 670.000 migranti e rifugiati in Libia, di cui 56.455 registrati presso l’agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, UNHCR, e altri 6.200 nei centri di detenzione in tutto il paese. Se molto si è scritto sulle condizioni dei centri di detenzione dove sono intrappolati i migranti, ben poco si sa delle difficoltà incontrate da coloro che sono venuti e continuano a vivere in Libia per lavorare.

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