Isis in Libia. Conversazione con Gino Pollicardo, uno degli italiani rapiti a Sabratha nel 2015

Di Vanessa Tomassini.

Tunisi, 26 aprile 2020 – Nei giorni scorsi si è scritto molto sugli scenari possibili dopo la ‘riconquista’ della costa occidentale della Libia da parte delle forze affiliate al Governo di Accordo Nazionale (GNA). Tra chi sostiene che la ritirata dei gruppi armati del Libyan National Army (LNA) significhi maggiore sicurezza, in particolare per gli impianti italiani dell’Eni, Mellitah, e chi invece ipotizza già una ripresa degli sbarchi dei migranti dopo la ricomparsi di membri della milizia di Ibrahim al-Dabbashi, alias al-Ammo, lo zio.

Ma non è tutto, durante le operazioni militari condotte dal GNA e dalla cabina di regia turca, diversi istituti di detenzione sono stati attaccati liberando oltre 400 criminali, inclusi accusati di terrorismo ed assassini. Nei giorni subito successivi agli eventi abbiamo visto inoltre centinaia di tunisini farsi strada con la forza varcando il valico di Ras Jedir, tra Libia e Tunisia. Se è vero che la maggior parte di questi erano lavoratori migranti, le autorità tunisine hanno reso noto di aver fermato diversi elementi privi di passaporto. Ciò ha fatto immediatamente sorgere diverse preoccupazioni circa il ritorno sul suolo tunisino di elementi estremisti che si erano uniti negli anni precedenti alle file del sedicente Stato islamico in Libia, attratti dalle eterogenee opportunità di guadagno.

Nel marzo del 2016, la Farnesina annunciava che i due italiani rapiti in Libia a luglio, Filippo Calcagno e Gino Pollicardo, tecnici della ditta Bonatti, non erano più nelle mani dei loro rapitori, si trovano sotto la tutela del Consiglio militare di Sabratha ed erano in buona salute. Abbiamo raggiunto Gino Pollicardo per capire meglio quanto era accaduto e avere qualche informazione in più sui rapitori alla luce di quanto accaduto.

Grazie Gino per aver accettato questa intervista, ci aiuta a ricordare quanto vi è successo?

“È stata una esperienza devastante. Io ed altri tre miei colleghi, Filippo Calcagna, Salvatore Failla e Fausto Piano abbiamo trascorso oltre sette mesi e mezzo in due case prigione: una durante i mesi estivi fino a novembre, non lontano dal luogo del rapimento, e un’altra alla periferia di Sabratha. Siamo rimasti sempre insieme fino a quando i rapitori, poco dopo il raid degli Stati Uniti in un compound dei terroristi, hanno deciso di trasferirci due alla volta, fino a quando cioè hanno portato con loro i miei colleghi Falla e Piano incappucciati che poi abbiamo scoperto sono rimasti uccisi in uno scontro a fuoco con le forze di polizia locali”.

Come è avvenuto il rapimento?

“Dopo un periodo in Italia, saremmo dovuti tornare in Libia da Malta dove un aereo ci avrebbe portato a Tripoli e poi trasferito direttamente allo stabilimento dell’Eni di Mellitah, ma la sera prima il nostro manager ci avvisava che il rientro sarebbe avvenuto via terra dall’aeroporto di Gerba in Tunisia, malgrado fosse fortemente sconsigliato dalle autorità per via della situazione di sicurezza nel Paese. L’auto, messa a disposizione dall’azienda, come era prassi per i trasferimenti, è stata affiancata da due pickup e quattro o cinque uomini armati col volto coperto ci hanno prelevato con la forza, poco dopo aver varcato il confine tra Libia e Tunisia. Con le nostre camicie strappate ci bendarono gli occhi. Arrivati nella prima casa dove siamo rimasti tutta l’estate, ci avevano fatto spogliare e tolto tutto”.

Cosa ricorda dei rapitori?

“Non li abbiamo mai visti in volto. Io e i miei compagni eravamo stati rinchiusi con calci e pugni in una stanza. Abbiamo saputo successivamente che si trattava di una cellula dell’Isis tunisina, cosa che durante la prigionia avevamo sospettato in quanto li sentivamo parlare in francese. Quando i rapitori dovevano entrare bussavano e noi dovevamo coprirci il volto affinché non li riconoscessimo. Cosa che da una parte ci rassicurava: il fatto che non volessero essere visti ci lasciava pensare che non avevano intenzione di ucciderci, ma che volessero usarci per ottenere un riscatto. Percepivamo che fosse una famiglia, che c’era una donna e dei bambini. Credo che stessero avendo dei colloqui con qualcuno italiano al telefono. Le trattative andarono avanti per settimane, e la conferma l’abbiamo avuta quando nella seconda casa ci diedero delle tute per cambiarci. Nella seconda prigione, alla periferia di Sabratha, potevano fare pochi passi indossando un cappuccio per raggiungere un bagno, fuori dalla stanza scarsamente illuminata dove eravamo relegati”.

Sa che nei giorni scorsi molte persone ricercate dal Procuratore libico e sospettate di terrorismo sono state liberate da Sormon. Le autorità vi hanno sentito a riguardo? O meglio è a conoscenza di che fine hanno fatto i vostri rapitori?

“No, sappiamo che due sono morti durante il trasferimento con i nostri due colleghi. Non siamo mai stati sentiti da nessuno. Ci sono ancora tanti punti oscuri su questa vicenda, da cui ho appreso che lo Stato non esiste. Di recente si è concluso il processo contro i manager dell’azienda Bonatti, a cui ho assistito come persona informata dei fatti, ma nell’Ambasciata a Tripoli, né i servizi al rientro a Roma ci hanno mai fatto delle domande su quanto accaduto in quegli otto mesi. Non abbiamo nessun procedimento contro lo Stato o contro l’azienda per cui lavoro ancora oggi. Solamente il nostro advisor è stato processato, perché secondo la legge, non avrebbe implementato le procedure di sicurezza necessarie. Anche dopo la liberazione siamo rimasti con i libici della Sala operativa anti-Isis, ma non abbiamo visto funzionari italiani fino al volo di rientro. Nessuno ci ha fatto degli esami per vedere se avessimo malattie, se fossimo in buona salute, né tanto meno è stata fornita –né a noi né alle nostre famiglie – assistenza psicologica dopo quello che abbiamo passato”.

Immagino che le autorità abbiano detto che non avreste dovuto essere lì…

“Sì questo è stato detto anche dall’allora ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, ma loro sapevano benissimo come e perché eravamo in Libia. La nostra ditta stava seguendo dei lavori per la Mellitah Oil & Gas, joint venture tra l’italiana Eni e la Libyan National Oil Corporation (NOC). C’erano contratti e tutto era legalmente documentato. Ci siamo sentiti completamente abbandonati. Soprattutto quando abbiamo saputo del bombardamento USA”.

Ma non crede che le autorità italiane si fossero coordinate con gli americani e che forse questi erano a conoscenza della vostra presenza?

“Beh sicuramente non ci avrebbero liberato bombardandoci, credo che l’Italia anzi avrebbe dovuto impedire quest’operazione se come dicevano ci stavano cercando”.

Torniamo al momento della liberazione. Lei ha detto che i rapitori vi trasferivano a due a due, ci racconta meglio cosa è accaduto?

“Sì i rapitori presero due dei miei colleghi e li caricarono nel dietro di una macchina legati. Sappiamo che erano legati perché sono stati loro stessi dopo un primo tentativo fallito a raccontarcelo. Tornarono nella stanza e ci dissero quanto era successo e che probabilmente sono stati costretti a tornare indietro per via dei controlli. Ore dopo ci riprovarono ed io e Filippo Calcagno rimanemmo nella solita stanza. Dopo un’intera giornata senza cibo né possibilità di andare al bagno, abbiamo capito di essere stati abbandonati e che probabilmente non sarebbero tornati, quindi decidemmo di provare a scappare. Noi siamo gente abituata nei cantieri e quindi siamo soliti arrangiarci. Abbiamo deciso di staccare un pezzo della finestra ed usare il chiodo per scalfire lo stipite della porta dove eravamo rinchiusi, così siamo riusciti a sfondarla. Abbiamo camminato per chilometri lungo la strada ed abbiamo capito solo successivamente di trovarci a Sabratha, dopo aver fermato una macchina della polizia. Sapevamo che la polizia in Libia era un po’ meglio degli altri gruppi armati. È stato questo poliziotto a tranquillizzarci e a portarci alla loro sala operativa”.

Il fatto che le autorità italiane non si siano dimostrate molto interessate o presenti, viste anche le circostanze in cui sono morti due dei vostri colleghi in uno scontro armato con le forze di sicurezza libiche, ha mai pensato che qualcuno abbia potuto vedere il vostro come un ‘auto-rapimento’?

“A distanza di anni siamo stati riconosciuti vittime del terrorismo. Non sappiamo in che modo siano morti i nostri colleghi, se abbiano preso parte allo scontro a fuoco, se siano morti legati nel vano della macchina o usati come scudo dai rapitori. Eravamo più che sicuri che non avevano nulla a che fare con quei delinquenti, i nostri colleghi sono rimasti vittime dello scontro a fuoco con i miliziani di Sabratha e la colonna di terroristi dell’Isis che li stava muovendo. Dove tra l’altro sono morti tutti i terroristi ad eccezione di una donna che è stata fatta prigioniera, secondo quanto ci è stato raccontato. Nei mesi di prigionia, seppur ciascuno abbia le sue fragilità, le sue opinioni, si creò un rapporto speciale. Abbiamo pregato come dei bambini, pianto, e ci siamo raccontati esperienze che a volte non si dicono nemmeno alle nostre mogli o ad un fratello. La paura ci ha messi a nudo delle nostre fragilità e tutto ciò che abbiamo condiviso, comprese le botte, era drammaticamente reale.  Per passare il tempo tenemmo il conto anche dei giorni, ma avevamo dimenticato che il 2016 era un anno bisestile, ecco perché in un comunicato stampa avevamo indicato erroneamente il 4 marzo anziché il 5. Non credo che le autorità avessero certi dubbi, e nel caso in cui li avessero avuti, a maggior ragione avremmo dovuto essere sentiti per fare chiarezza. Questa vicenda è stata un trauma per tutti noi, sapere che i nostri colleghi erano stati uccisi non è stato affatto facile. Allo stesso modo per le nostre famiglie, lasciate sole per mesi col dubbio se ci avessero mai rivisti”.

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