Parla Ali, il siriano che combatte in Libia: “Ai turchi non interessa di noi, ma temo per la mia famiglia in Siria”

Di Vanessa Tomassini.

Ali è un giovane siriano di 25 anni che sta combattendo in Libia a fianco delle forze del Governo di Accordo Nazionale (GNA) di Fayez al-Serraj. È molto difficile parlare con lui, nelle aree di combattimento è senza internet e quando ha accesso alla rete ha paura. “I turchi controllano le comunicazioni, controllano tutto. Se ci scoprono, mi porterebbero via il telefono”. Ci confessa, lasciando intravedere un velo di malinconia quando parla della Siria.

Dopo settimane di tentativi, siamo riusciti ad avere un po’ della sua fiducia. “Ai turchi non importa di noi. Fanno delle cose orribili”, racconta parlando di stupri ed uccisioni.  “Quando abbiamo capito che non ci lasceranno tornare a casa, alcuni di noi hanno smesso di combattere. Siamo diventati più un peso morto che un aiuto per Serraj e per la Turchia. Alcuni dei miei compagni che sono arrivati in Libia con me 3 mesi fa, se ne sono andati. Hanno detto di provare ad andare in Europa via mare. Ai turchi non interessa, a loro non interessa un bel niente di ciò che facciamo. Se ci siamo o se ce ne andiamo in Italia è lo stesso. È stata tutta una presa in giro fin dall’inizio”.

Non sembra un terrorista Ali, ha il viso pulito dei ragazzi della sua età. Infatti, nel suo arruolamento in Libia c’è poco di ideologico, ma solo un gran bisogno di soldi. È disgustato dalla violenza usata verso i civili ai posti di blocco che sono stati assegnati a lui e al suo gruppo, e dopo 3 mesi di servizio in Libia, gli ufficiali turchi rifiutano loro di poter tornare a casa. “Questo non è il mio Paese, non è la mia gente, ma da musulmano vedere certe cose non è accettabile, soprattutto ora, durante il Ramadan. Umiliano le persone, le insultano, mentre danno fastidio alle ragazze. Uno dei turchi, una volta, mentre entravamo in una casa ha trovato una donna e ha fatto sesso con lei con la forza”.

Sono stato reclutato da un combattente del gruppo siriano Jaysh al-Watani. Ho fatto le procedure amministrative come volontario a dicembre 2019. Avendo esperienza nell’esercito è stato facile essere accettato”. Racconta, precisando che a lui dei soldi non interessa molto, ma ci tiene ad ottenere la nazionalità turca perché così dice che gli è stato promesso. “Non ci credo più, ma sono venuto qui per questo. Voglio la nazionalità turca così potrò avere una nuova vita, ma non credo che me la daranno. Altri dei miei compagni che sono stati uccisi, Dio abbia misericordia di loro, non l’hanno avuta”.

Ali afferma di aver firmato un contratto di sei mesi, di aver ricevuto tre mesi di salari, che ha dato alla sua famiglia prima di partire per la Libia. “Ho paura per la mia famiglia in Siria, quando mi hanno preso ho dovuto scrivere come si chiamano i miei genitori e i miei fratelli. Mia madre non voleva nemmeno che partissi, ecco perché non scappo. Ho paura che succeda qualcosa a loro”. Aggiunge, indicando di essere arrivato in Libia con un aereo, dopo aver passato 15 giorni in un campo militare in Turchia per seguire un addestramento. Non sa dove si trovava esattamente questo campo, ma ricorda che “c’erano soldati turchi e traduttori dalla Siria, tra cui alcuni del gruppo Sultan al-Murad”.

Riguardo al coronavirus, Ali dice qualcosa di inquietante: “Molti di noi stanno e sono stati male, anche alcuni di quelli che sono andati in Italia, o in Europa. Non sappiamo se è il virus o meno, perché nessuno ci fa il test. I turchi ci hanno detto che se stiamo male è meglio, perché chi sopravvive capisce di più il campo di battaglia”.

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