Dopo meeting di Parigi a lavoro per l’attuazione, ma si rischia l’ennesimo buco nell’acqua

di Vanessa Tomassini.

“A Parigi non è stata firmata un’intesa, ma sono stati ribaditi degli impegni”. Ha commentato così il summit sulla Libia nella capitale francese l’Ambasciatore d’Italia a Tripoli, Giuseppe Perrone, che intervistato da Rai News 24 ha aggiunto:”adesso serve l’impegno dei libici e dell’intera comunità internazionale affinchè non restino parole vuote” come è avvenuto per altri impegni presi dagli stessi leader in passato. Effettivamente la dichiarazione congiunta in 8 punti non è stata sottocritta da nessuno dei partecipanti, consapevoli di dover rendere conto, o meglio fare i conti, con le loro “parti” una volta rientrati, oltre che con le milizie che si erano già espresse negativamente nei confronti del vertice.

Così a meno di 48 ore dalla conclusione della conferenza internazionale il Consiglio Presidenziale del Governo di Accordo Nazionale, guidato da Fayez al-Serraj, si è riunito per discutere le modalità con le quali procedere nell’attuazione della tabella di marcia stabilita con la facilitazione delle Nazioni Unite e dal capo dell’Eliseo, Emmanuel Macron. I membri del Consiglio presidenziale, informati da al-Serraj sui colloqui con Macron, hanno invitato le controparti ad impegnarsi nel portrare avanti la tabella di marcia concordata.

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Ottimismo è stato espresso anche dal presidente della Camera dei Rappresentanti, Aguila Saleh Issa, il quale ha accolto favorevolmente la data delle elezioni (fissata per il 10 dicembre 2018) definita “accettabile e possibile” se vi è l’impegno di tutti. Il presidente del Parlamento di Tobruk, che dovrebbe trasferirsi a Tripoli, ha detto in un’intervista a France24 che la legge elettorale verrà presentata solamente dopo un referendum costituzionale che permetta al popolo libico di dire la sua. L’unico elemento che potrebbe creare ben più di qualche problema è ancora una volta il Generale Khalifa Haftar: Aguila Saleh infatti ha definito “inaccettabile” la richiesta di un cessate il fuoco a Derna, in quanto l’esercito nazionale sta combattendo i terroristi che hanno fatto del centro nord-orientale abitato da poco più di 80mila abitanti, la loro ultima roccaforte.

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Un ostacolo al quanto difficile da aggirare considerando le dichiarazioni del presidente dell’Alto Consiglio di Stato Khaled al-Meshri, il quale ha detto che il vertice parigino non è decisivo, anche se importante. L’esponente della Fratellanza Musulmana, originario di Misurata, ha ribadito di essere orgoglioso di far parte dei Fratelli e si è rifiutato di stringere la mano al Generale Khalifa Haftar, che non riconosce come capo supremo dell’esercito in quanto tiene in ostaggio oltre 130mila persone a Derna e “non tutti sono terroristi”. Meshri ha aggiunto che la guerra di Haftar e la sua operazione dignità è un tentativo del cirenaico di eliminare i suoi avversari politici. Ancora prima del vertice le milizie di Misurata si erano espresse negativamente, tanto da ipotizzare che il Presidente appena eletto dell’Alto Consiglio di Stato non avrebbe partecipato. Misurata resta forse lo scoglio più grosso al calendario francese, soprattutto alla luce della recente riconciliazione con Zintan e Tarhouna. Secondo nostre fonti queste milizie avrebbero già dei piani loschi contro la guardia presidenziale, dalla pubblicazione del report 2017 dell’Audit Bureau, azioni rinviate alla fine del digiuno per il Ramadan, l’eid del prossimo 15 giugno dopo che nei giorni scorsi il battaglione 301 avrebbe già sferrato qualche colpo, sottraendo perfino alcuni mezzi appartenenti alla guardia presidenziale.

Ad ogni modo, pur scongiurando eventuali sommosse armate, il meeting di Parigi è stato percepito dal popolo come l’ennesimo impegno impossibile da attuare. La maggioranza dei libici chiede ai suoi politici di concentrarsi sui problemi quotidiani, sul ritorno del popolo Tawergha e dei rifugiati interni, sulla soluzione ai problemi di sicurezza che comportano rapimenti, furti ed uccisioni che continuano a rimanere impuniti, sull’attuazione di politiche economiche  che contrastino l’aumento incontrollato dei prezzi, che metta fine al mercato parallelo e sulla garanzia di servizi essenziali che allevino le sofferenze del popolo libico. Solo alcuni mesi fa la Missione delle Nazioni Unite in Libia sosteneva che l’action plan doveva rispettare tempi e priorità dei libici che oggi vedono l’ennesimo impegno preso da coloro che, almeno a parole, dicono di rappresentarli.

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