Di Vanessa Tomassini

TRIPOLI. È mercoledì 18 aprile 2018, siamo appena arrivati all’aeroporto militare di Tripoli, Mitiga, ci sono 27 gradi. Soffia un leggero venticello tipico delle località costiere. Durante la discesa, dal finestrino dell’aereo, riesco a vedere alcuni aerei e qualche elicottero, fermi là da un po’ di tempo, probabilmente dal 2011, quando è scoppiata la guerra civile che ha portato alla deposizione di Muammar Gheddafi dopo 42 anni di governo. Tra i velivoli ci sono alcuni uomini armati, scuri di carnagione, alcuni salutano sorridendo. Attraversati i controlli di sicurezza, con i nostri bagagli ci dirigiamo verso l’uscita. Davanti a noi c’è uno spiazzale, a sinistra sotto un’enorme tettoia ci sono gli uomini che parlano tra di loro, mentre a destra su un piccolo pezzo di prato un gruppo di giovani donne col velo chiacchierano sotto il sole. Dietro di noi qualche giovanotto in divisa mimetica blu fa avanti e indietro, ci scrutano e qualcuno più temerario accenna un sorriso. Si respira un po’ di tensione, forse non sono abituati ad una donna bionda con la chioma al vento che tranquillamente fuma in mezzo alla strada. Arrivano due auto che ci portano verso l’Hotel al-Waddan.

La struttura è bellissima ed il personale ci accoglie con un cocktail di benvenuto. Nella hall in legno scuro e oro, alcuni tappeti arabeggianti appesi alle pareti sono illuminati dalle luci soffuse, ci sediamo sui comodi divani e poltrone mentre attendiamo che ci vengano assegnate le stanze per poter accedere alla wi-fi. Il banco della reception è molto grande, tutto è curato nel minimo dettaglio in un’atmosfera di completa sicurezza. Poco più avanti sulla sinistra ci affacciamo sul cortile interno dove scorre davanti a noi una meravigliosa fontana, le mura in travertino svettano interrotte da una serie di archi romanici dove affacciano le nostre camere. L’al-Waddan Hotel ha aperto nel 1936 come Waddan Hotel & Casino, è una struttura storica della capitale che si affaccia sulla baia verso il mare, a pochi passi dall’ambasciata italiana. È stato descritto da un giornalista americano come “il Waldorf Astoria di Tripoli” e fu anche nominato “un gioiello dell’architettura moderna africana”. Fu costruito nel 1935 contemporaneamente all’Hotel al-Mehari, secondo il progetto dell’architetto italiano Florestano Di Fausto, con la collaborazione di Stefano Gatti-Casazza. “In passato conteneva un casinò e un teatro da 500 posti – mi racconta Mohammed –, prima avevamo sempre tantissimi eventi, la gente della zona si radunava nell’area della piscina, fumava il narghilè, beveva qualcosa. Era un punto di ritrovo per la gente del posto. Stiamo facendo il massimo perché torni ad essere com’era prima”.

31166876_2061826584138745_8193627925439425140_nLa mattina seguente ci alziamo presto, è una giornata importante per gli Italiani. Sandro Frattini e Ashraf Tulty stanno lavorando da anni per l’Associazione italo libica di sviluppo commerciale (ILBDA) ed oggi è la data dell’ufficializzazione. Così iniziano i preparativi, nella grande sala del ristorante è tutto pronto, si aggiustano i discorsi, si parla di programmi e progetti in attesa dell’arrivo degli ospiti illustri. L’associazione nasce proprio con lo scopo di coniugare i bisogni del popolo libico con l’expertise e le competenze italiane, che possono cogliere grandi opportunità in questa fase di “ricostruzione” dello Stato e sviluppo. La Libia ha voglia di tornare a vivere, tutti sono stanchi di sentir parlare di rivoluzioni e milizie. C’è il desiderio di ricostruire, di ripartire e lo si percepisce parlando con chiunque, camminando per le strade vivaci del centro dove si incontrano ragazzi e ragazze, gruppi di famiglie e di amici che sorseggiano un thè, discutono, giocano a biliardino. È ovvio, sarei patetica a dire che è tutto perfetto, ma sicuramente la situazione è molto meglio di quella che mi aspettavo. Siamo talmente abituati a parlare di milizie, di scontri e rapimenti che prima di arrivare i timori erano tanti. Hamed mi racconta che “la situazione a Tripoli è molto migliorata, ci si sente al sicuro. Noi non abbiamo milizie, i controlli che vedi sono la polizia o l’esercito”. Effettivamente anche da noi, nelle grandi città abbiamo uomini armati per questioni di sicurezza, la differenza è che qui sono ogni 100 metri, in ogni piazza e svincolo. Controllano i luoghi del potere come i ministeri, le moschee, il palazzo del re o la sede del governo e l’ambasciata, ma sono anche agli incroci e lungo le vie soprattutto la sera. Controllano ogni macchina, mentre ad alcuni chiedono i documenti, ma a noi hanno sempre fatto passare. C’è una grande attenzione perché i pericoli possono essere tanti. C’è sicuramente un po’ di tensione, ma l’atmosfera che si respira è di grande sicurezza.

20180419_161530Mi sento tranquilla a tal punto che mentre il resto del gruppo se ne va, io decido di restare da sola qualche giorno in più ed ho fatto benissimo, anzi sarei voluta rimanere più tempo. I libici sono premurosi, gentili, ospitali. Dopo aver mangiato qualche piatto tipico in una via dello shopping a base di riso, mandorle e pollo alla griglia. Ci spostiamo verso il centro storico con una breve visita ai resti romani. Il parcheggio davanti alla banca centrale è pieno. Poco più avanti c’è il famoso “black market” dove è possibile fare il cambio dell’euro con dinari libici ad un tasso molto più conveniente rispetto a quello delle banche che non hanno liquidità. Così insieme al mio accompagnatore decidiamo di cambiare 150 euro, ricevendo 1140 dinari. La sera con il mio amico Hamed siamo invitati ad una festa di compleanno nell’hotel a bordo piscina. Palloncini colorati a forma di cuore abbelliscono tavolo bianco rotondo, c’è anche un jazzista che intona le musiche tradizionali ed anche qualche pezzo italiano vista la mia presenza. Hamed mi invita a ballare un lento, sono emozionata ed anche un po’ imbarazzata, non c’è molto contatto tra uomini e donne, anzi pacche sulla spalla, abbracci ed effusioni in pubblico sono considerate inappropriati. La festeggiata ci offre un cioccolatino ed un drink alla frutta, ovviamente analcolico, perché in Libia l’alcool è bandito e non viene servito. Sono davvero felice così mi avvicino per fare gli auguri e ringraziare. Il giorno dopo mi aspetta una bellissima sorpresa: la cerimonia di laurea di 61 studenti dell’Università di Tripoli, che hanno festeggiato la fine dell’anno accademico con danze, accompagnati da tamburi e pifferi. L’accoglienza e l’affetto che ho ricevuto non è facile da raccontare. Dalla signora ai piani che all’uscita della mia camera “212”, ogni mattina mi abbraccia e mi chiama “habibi”, in arabo amore, al ragazzo del bar che il giorno della mia partenza si sveglia alle 6.00 per portarmi la colazione in camera malgrado abbia dormito pochissimo, ma anche nei piccoli gesti, negli sguardi di chi cerca di farmi sentire a casa, protetta, ben voluta. Ci tengono a fare bella figura. Alcuni politici sono curiosi di sapere cosa scriverò, così quando mi chiedono “cosa racconterai” rispondo: “quello che ho visto”.
È stato bello anche attendere all’Expo del libro, durante la sua giornata mondiale, durante il quale l’inviato speciale delle Nazioni Unite in Libia, Ghassan Salamè, ha parlato proprio dell’importanza dell’informazione e del ruolo dei media i quali non possono sostituire le pagine di un buon testo o la vecchia e amata carta stampata. Va anche detto che i media spesso enfatizzano alcune situazioni, ogni agenzia libica è leale ad un partito o fazione, segue una propria agenda, un programma ed avevo già intuito da tempo che ogni notizia che arriva va filtrata, vagliata, rivista da diverse angolazioni e sentiti più punti di vista. Ho incontrato svariate volte Lamia Zlinten, direttrice dell’ufficio Media Stranieri del ministero degli Affari Esteri, la quale mi ha sempre tranquillizzata dicendo che il mio visto giornalistico sarebbe arrivato a breve, ma in realtà la sua lettera non è mai arrivata all’ufficio della security ed il mio passaporto è rimasto in aeroporto durante la mia permanenza rischiando perfino di non poter tornare a casa domenica. Fortuna che c’era il mio amico Hamed, che lavora nell’ufficio media del Consiglio presidenziale ad aiutarmi e la polizia ha fatto tutto il possibile per fare in modo che ripartissi in tempo per Tunisi.

30727159_2060197427634994_6142264311899140214_nMalgrado questo piccolo disguido, di questa mia prima visita a Tripoli porterò con me gli odori, i sapori della carne alla brace col riso, i sorrisi, la musica araba alla radio, i richiami alla preghiera che rimbombavano nelle piazze, il traffico, ma anche la brezza marina, il vento che mi scompigliava i capelli e le storie di ogni persona che ho incontrato. Come Hayman, un giovane che a soli 22 anni ha già combattuto contro Daesh, Ali che lavora come traduttore in una compagnia petrolifera e sta coinvolgendo i suoi coetanei di diverse città in attività giovanili per una reale “riconciliazione” che accetti ogni “diversità”, una parola che dice essere “poco apprezzata” a Bengasi dove vive. Ho visto le file alla banca il giovedì, gente passeggiare tra le bancarelle a “green square” o piazza dei martiri, ragazzini giocare a biliardino al ciglio della strada, giovani in bicicletta scorrazzare tra le macchine e fuochi di artificio la sera che sembravano colpi da sparo per festeggiare un matrimonio, un po’ come fanno a Napoli a capodanno. Ho visto un popolo allegro che non ha perso la speranza, che ha voglia di riprendere in mano i propri sogni, le proprie passioni, pronto ad aprirsi al mondo dal quale probabilmente è stato isolato per lungo, troppo tempo. Non ho avuto modo di visitare altre città per constatare qual è la situazione fuori dalla capitale malgrado abbia ricevuto inviti da tutte le parti. Proprio mentre scrivo questo report in molti mi stanno scrivendo “quando tornerai?”. Con tutto il cuore spero presto! Arrivederci Libia e grazie per l’ospitalità!

 

 

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