Gli interessi delle aziende italiane. Ne parliamo con Gianni De Cecco

Di Vanessa Tomassini.

Le aziende italiane che ancora lavorano in Libia, con grandi difficoltà dopo la caduta di Gheddafi, si erano dette seriamente preoccupate per la situazione di rottura del governo di Tobruk con l’Italia. Ha destato non poche preoccupazioni l’emissione della nota n.35, il 14 luglio scorso, da parte del ministero economico cirenaico, con cui si vietava l’apertura sul territorio di qualsiasi filiale italiana e qualsiasi join venture per le aziende libiche con quelle italiane.
In questo quadro, la foto del ministro degli Interni, Marco Minniti, con il generale dell’esercito “di Tobruk” Khalifa Haftar, in un meeting riservato, sembrerebbe lasciar intendere una apertura italiana verso Tobruk. Per capire il volume di affari delle aziende italiane in Libia, basta andare sul sito della più grande società di idrocarburi, ENI.
“Nel 2016 l’attività produttiva in Libia è stata in linea con quanto pianificato e l’equity di Eni nel Paese è stata di 352 mila boe/giorno, il livello più elevato dal 2010. Nonostante alcuni fattori positivi – prosegue ‘enipedia’ – come la riapertura dell’ambasciata italiana a Tripoli, si ritiene che il quadro socio-politico della Libia continuerà a costituire un fattore di rischio d’incertezza per il prossimo futuro”.
È chiaro a tutti, che la pace e l’unità libica sono state ostacolate fino ad oggi dagli interessi delle potenze straniere, ciascuna schierata con questa, o quella fazione. Per fare il punto della situazione, abbiamo raggiunto al telefono l’ingegnere Gianni De Cecco, titolare della ‘In.ar.co’ di Udine, operativa in Libia a partire dal 2008 fino a quella cosiddetta ‘primavera araba’, più un inverno che una primavera.

– Ingegner De Cecco, lei è uno dei tanti imprenditori italiani che ha investito in Libia e che ha visto sgretolarsi il lavoro di una vita con la guerra civile del 2011. Come valuta le politiche del Governo italiano in Libia dal 2011 ad oggi?

Sintetizzando, posso dire che la prima fase fino all’inizio del 2012, non ricordo se con Berlusconi o con il governo Monti, l’Italia aveva instaurato un rapporto con le autorità libiche per verificare i nostri crediti e anticiparci quello che, in parole semplici avremmo dovuto incassare. Dopo Monti è finito tutto. Io solitamente non intervengo mai su Facebook nel dibattito politico, ma la grande Bonino anziché criticare sempre dovrebbe pensare un po’ a quello che ha fatto lei quando era ministro. Prima noi aziende avevamo un rapporto col ministero, l’ambasciatore Melani rispondeva alle nostre lettere, poi dal 2012 fino all’avvento di Alfano non siamo stati considerati da nessuno. Le faccio una premessa, io ho le mie idee politiche, ma non sono iscritto a nessun partito e per me al governo uno vale l’altro, basta che faccia bene. Alfano, che ho avuto modo di incontrarlo al ministero, perché io sono uno che rompe le balle, sembra abbia preso in mano questo nostro problema e cerchi di risolvere la questione delle aziende italiane che hanno dovuto lasciare la Libia nel 2011. Noi in Libia eravamo a lavorare, per mantenere le nostre aziende, per sviluppare l’economia italiana e non siamo stati mandati via dai libici perché lavoravamo male, ma perché inglesi, francesi, italiani e americani erano venuti a bombardare. Poi se abbiano fatto bene o male sarà la storia a dirlo, ma noi dovremmo essere risarciti visti che siamo stati danneggiati e invece non veniamo nemmeno considerati. Tanti imprenditori sono falliti e nessuno si è mai fatto sentire“.

– Di ieri la notizia che il ministro dell’Interno Marco Minniti ha fatto visita ad Haftar. Una foto tra i due sembra aprire al dialogo tra Italia e Tobruq, secondo lei quanto era necessario? Non si rischia così di rovinare i rapporti con Tripoli?

Secondo me no, perché la Libia è sì divisa politicamente, ma anche l’Italia lo è. In Libia devono mettersi d’accordo le tribù, gruppi organizzatissimi che si assistono l’un l’altro. Tornando ad Haftar, secondo me Minniti ha fatto bene, in quanto a Tripoli sono molto più intelligenti e molto più avanti, che capiranno questo passo, che a mio avviso non compromette nulla, anzi spazza via tutte quelle dicerie che si leggono sui giornali. Parlando del problema dei migranti, come in Italia sbarcano ovunque per via dell’estensione della nostra costa, così in Libia possono farlo perché è difficile controllare 2.000 km a meno che non li aiutino con i sistemi che ci sono, come i satelliti. Io quando mi sono laureato ho fatto la tesi in topografia, nel 1977. Sessantacinque anni fa c’era già il satellite Hampstead in bianco e nero, che non permetteva di decifrare la targa, ma di individuare il tipo di autovettura; quindi io credo che con gli attuali sistemi sarebbe molto semplice interrompere l’immigrazione, se c’è la volontà“.

– In Libia ogni fazione ricerca ed ha il sostegno di uno o più Paesi stranieri. Crede siamo di fronte a una guerra di interessi tra Italia e Francia?

È palese. Io i francesi non li amo proprio per questo motivo. I francesi fanno parte della Comunità internazionale che con l’Onu sostiene al-Serraj, però nello stesso tempo, più o meno palesemente, hanno sostenuto Haftar. Secondo me è una questione etica. Ognuno è libero di fare ciò che vuole, ma che almeno scelga. Io in questo senso ammiro Putin. È chiaro che, fino ad oggi, la pace in Libia non è stata raggiunta proprio per l’interferenza straniera che non rinuncia ai propri interessi; non solo petroliferi come nel caso di Eni. La Libia è un Paese molto ricco di risorse: nel deserto, ricordo quando lavoravo ad al-Bayda, molti raccontavano vi fossero tantissimi giacimenti di oro e d’altre materie preziose“.

– Quanto pesa secondo lei la multinazionale petrolifera ENI nei processi decisionali libici?

“Tantissimo, basti pensare che molte richieste fatte dalla Camera di Commercio Italo-Libica accettate nel corso degli anni dal governo sono state prese in considerazione solo per interesse di Eni, anche se noi non eravamo al corrente“.

– Come crede che la Libia possa raggiungere nuovamente la pace e una propria unità nazionale?

“Prima di tutto aumentando la produzione petrolifera, che dia modo ai libici di vivere dignitosamente. In Libia oggi c’è una forte emergenza anche alimentare, gran parte del popolo libico non è in grado di provvedere ai beni di prima necessità. Quindi il primo passo da fare è il raggiungimento di una stabilità economica, una volta raggiunto questo obiettivo, attraverso le elezioni i libici saranno in grado di mettersi d’accordo. Il popolo libico è un popolo che non ha grosse pretese, vorrebbe vivere in pace, sviluppare la propria economia in tranquillità e semplicità. Io provengo da una famiglia di agricoltori e il modo di vivere in Libia, mi ha sempre ricordato quello delle famiglie in campagna quando ero piccolo”.

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