Truppe, mercenari, ribelli e migranti. Tutti gli stranieri che combattono in Libia

Di Vanessa Tomassini.

Nelle ultime settimane si è ampiamente discusso della presenza di ribelli siriani al fianco delle milizie affiliate al Governo di Accordo Nazionale, rappresentato dal premier Fayez al-Serraj. Non ultimo a parlarne è stato il quotidiano britannico “The Guardian”, che citando l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani ha confermato che 2000 ribelli sarebbero stati trasferiti in Libia dalla città siriana di Idlib, e starebbero combattendo al soldo di al-Serraj. Ancora prima, a rivelare il convolgimento di attori esterni nel conflitto libico era stato il New York Times, che riportando le dichiarazioni delle forze appartenenti alla Tripoli Protection Force e il racconto di medici e paramedici impegnati negli ospedali libici, aveva rivelato la presenza a fianco dell’esercito nazionale libico di centinaia di cecchini russi, presumibilmente appartenenti alla compagnia Wagner.

Parlando di presenza militare straniera in Libia, va detto che l’Italia è presente con un proprio contingente a Misurata nell’ambito dell’ospedale militare che ha sede nei pressi dell’Accademia di Areonautica, l’Air College più volte target dei raid aerei dell’aviazione orientale sotto il comando del feldmaresciallo Khalifa Haftar. Solo di recente, invece, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha disposto l’invio di proprie truppe in sostegno di al-Serraj, ormai circondato dall’LNA. Venerdì Erdogan in un discorso in Parlamento ha annunciato l’inizio delle operazioni in Libia, sebbene un contingente di ufficiali turchi sarebbe già impegnato a Tripoli in attività di formazione, supporto e coordinamento.

Giovedì 16 gennaio, in un’intervista ad un’emittente radio francese, l’inviato speciale delle Nazioni Unite in Libia Ghassan Salamè ha spiegato che la Missione Onu non ha alcuna informazione sullo schieramento di forze turche in Libia aggiungendo che “potrebbero esserci esperti militari turchi e certamente ci sono combattenti dell’opposizione siriana che sono stati inviati in Libia”. Salamè non ha detto chi ha inviato questi mercenari, ma si è limitato a precisare che “ci sono esperti ufficiali che rappresentano i governi in quanto vi sono società militari private, oltre a persone presenti per motivi ideologici e non possiamo mettere tutto sotto il titolo di mercenari”. L’inviato ha inoltre ribadito che la presenza di persone giunte in Libia per combattere per denaro o per motivi ideologici non è da escludere. I combattimenti a Tripoli, dal 4 aprile, hanno e continuano ad attirare “tutti i tipi di persone che portano armi o vogliono combattere, ma i loro status legali sono molto differenti”. L’inviato ONU ha affermato inoltre che almeno 10 Paesi hanno violato l’embargo sulle armi verso la Libia nel 2019 auspicando che la conferenza di Berlino possa mettere fine a questa politica.

Ma non è tutto. C’è un’ulteriore fattore esterno, una dinamica che si è verificata sempre più frequentemente dal 4 aprile: l’impiego di migranti nel conflitto. Secondo UNHCR, a persone che si trovavano nei centri di detenzione gli è stata offerta la possibilità di rimanere lì per un periodo di tempo indefinito, se avessero scelto di combattere in prima linea. Il rappresentante speciale dell’UNHCR per il Mediterraneo centrale, Vincent Cochetel, ha dichiarato nei giorni scorsi che entrambi gli schieramenti starebbero reclutando migranti tra le sue file. “Abbiamo visto che quegli sforzi di reclutamento erano rivolti principalmente ai sudanesi”, ha detto Cochetel, probabilmente per il fatto che sanno parlare l’arabo, spiegando che se i migranti decidono di arruolarsi, ricevono un’uniforme, un fucile e sono immediatamente portati nella guerriglia urbana. La questione era emersa già lo scorso 3 luglio 2019 quando in seguito al raid al centro di detenzione migranti di Tajoura, a sud di Tripioli, da parte dell’LNA, le immagini di sicurezza e le indagini condotte sul campo dalle organizzazioni internazionali hanno rivelato che diversi migranti erano usati dalle milizie per trasportare armi, effettuare riparazioni e manutenzioni sui mezzi militari utilizzati in battaglia. Tutto ciò conferma che il coinvolgimento straniero in Libia supera di gran lunga quello nazionale. Resta però da capire se sono gli stranieri a combattere per i libici, o se i libici stanno combattendo una guerra che non gli appartiene.

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