Combattenti siriani in Libia ai loro compagni ancora in Turchia: “Non venite, è morte certa”

Di Vanessa Tomassini.

Dall’inizio di gennaio ad oggi, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha trasferito migliaia di combattenti siriani dalla città siriana di Idlib a Tripoli e Misurata, in Libia. Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, altre migliaia di ribelli ed estremisti sarebbero pronti a partire per la Libia, inviati da Erdogan a sostegno delle forze affiliate al governo di accordo nazionale (GNA) ora circondato dall’esercito nazionale libico (LNA).

Molti combattenti siriani e ufficiali turchi hanno già perso la vita in Libia. Lo stesso Erdogan è stato fortemente criticato in Parlamento, dall’opposizione, dopo aver annunciato le prime perdite in Libia il mese scorso. Almeno tre agenti dell’intelligence di Ankara sono stati uccisi nel sud di Tripoli e il portavoce dell’LNA ha confermato l’uccisione di altri quattro siriani ad Ain Zara la scorsa settimana, sottolineando la possibilità di rimandare i loro corpi in Turchia per le loro famiglie.

Dopo il recente aumento della violenza tra i gruppi armati del GNA e l’LNA, un nuovo avvertimento arriva dagli assi di combattimento in Libia per i combattenti siriani che si sono arruolati a fianco delle bande che ancora controllano la capitale libica Tripoli, ma ancora ad Istanbul: “state a casa”.

Dozzine di audio originali e dirette su Facebook, registrati dai ribelli siriani che hanno combattuto l’LNA per settimane in Libia, avvertono i loro compagni ancora in Turchia di non partire e rimanere lì. “Non venire in Libia, qui è disastro. Non abbiamo alcuna possibilità contro le truppe di Haftar”. Afferma un giovane siriano, sfinito dai combattimenti a fianco del generale maggiore del GNA Osama al-Juwaily, l’ex tassista della NATO che ha appena perso l’ennesimo tentativo di riconquistare una base aerea militare ad ovest di Zawiya. L’LNA sotto il comando del feld maresciallo Khalifa Haftar controlla oltre l’80% del territorio libico e sta spingendo verso il confine tunisino ancora nelle mani di gruppi criminali di Zuwara.

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