“O facevo sesso con lui o mi avrebbero ucciso”. Essere gay in Libia, una trappola mortale

Di Vanessa Tomassini.

“Mia madre un giorno mi ha detto di passare a prendere mia sorella da casa. Io non avevo voglia di guidare, così ho chiesto a mio fratello di prendere lui la macchina. Ero con abiti da casa, quindi ho indossato una maglietta e siamo usciti. Stavamo guidando per le vie e c’era un sacco di traffico, quando ad un certo punto mentre eravamo incolonnati qualcuno inizia a gridarmi «frocio, frocio!» di fronte a tutti, mostrando una pistola”.  A parlare è Mohamed, 24 anni, che nonostante la sua storia che scopriremo tra poco non ha smesso di sognare e sorridere. Aspettando una pizza margherita in un piccolo centro della Tunisia. Mohamed ci mostra i suoi tatuaggi, confessandoci che non può tornare a Tripoli perché le milizie lo “accusano di lavorare per un’organizzazione che supporta la prostituzione e l’omosessualità. Non posso andare a casa perché dei miei amici sono stati fermati da alcuni gruppi armati che hanno chiesto loro informazioni su di me. La mia vita è in pericolo in Libia dopo aver esposto la mia sessualità e le mie idee sui social network”.

-Mohamed, ti va di iniziare raccontandoci un po’ di te?

“La mia vita è iniziata come quella di un qualsiasi ragazzo normale, amato da sua madre, suo ​​padre era un rigoroso uomo dell’esercito. Mentre crescevo, notavo che ero più interessato a giocare con le femmine piuttosto che passare il tempo con i ragazzi. La cosa a mio padre non piaceva, così ha iniziato a picchiarmi ogni volta che secondo lui mi comportavo da ragazzina. La mia infanzia è stata dura, ma sono riuscito a sopravvivere, anche se quella violenza non la vivevo solamente dentro casa. Sono stato vittima di bullismo, alle scuole medie venivo picchiato e deriso perché la gente sentiva che ero diverso. Ho sofferto di bullismo durante l’intero mio percorso scolastico. Quando ho compiuto dodici anni, mio cugino mi ha molestato più volte. A quell’età non avevo idea di cosa fosse il sesso. Pensavo fosse un gioco e la gente gioca per divertimento”.

-Ne hai parlato con la tua famiglia?

“All’età di quindici anni ho capito che c’era qualcosa di diverso nella mia sessualità. Non si trattava solamente dei giochi, c’era qualcosa di più profondo di quello. Mi sono spaventato perché provengo da una famiglia molto religiosa islamica. Non sapevo come gestire la cosa, ho pensato di essere maledetto, di non essere normale, che fossi malato di mente. All’epoca avevo un amico, quattro anni più grande di me. Così ho deciso di chiedere il suo aiuto”.

-Come?

“Gli ho confessato che pensavo che ci fosse qualcosa di sbagliato in me. Gli ho detto: «sento di essere gay». Mi ingannava, invitandomi a dire di più sulle mie esperienze infantili, poi iniziò a minacciarmi. O facevo sesso con lui o avrebbe detto tutto ai miei genitori che mi avrebbero ucciso. Era anche il mio vicino di casa. Non potevo allontanarmi da lui. Ogni volta che mettevo in discussione le sue richieste, lui mi picchiava ed umiliava. È stato un anno terribile. Ero solito dormire in bagno perché era l’unico posto in cui mi sentivo al sicuro. Un giorno, bussò alla nostra porta chiedendo di me. Io non sono uscito, così si è infuriato e ha detto a mio padre che ero omosessuale e che avevo fatto sesso con mio cugino”.

-Come ha reagito tuo padre?

“Mio ​​padre mi ha rinchiuso in una stanza ed ha iniziato a picchiarmi. Ha promesso che avrebbe trasformato la mia vita in un inferno, che mi avrebbe tenuto in vita solo per soffrire. Mi diceva che ero un disonore per la sua famiglia”.

-Cos’è significato tutto questo a livello psicologico per te?

“Ho tentato il suicidio più di una volta. Ho attraversato episodi di depressione maggiore. Ho iniziato a vedere un terapeuta per due anni. Per sei mesi sono stato in cura con antidepressivi. Ho convinto la mia famiglia che stavo meglio. Ho detto: «dimentichiamoci di tutto e finalmente potrò mettere insieme la mia vita». Ma sfortunatamente non funziona in questo modo. Così dopo aver vissuto in totale disperazione combattendo contro me stesso per un paio d’anni, ho finalmente accettato chi sono veramente. Ho iniziato ad uscire da solo nel 2011, dopo che l’intera rivoluzione è finita. Ho iniziato a incontrare persone, cercando di colmare il mio vuoto, condividendo i miei problemi con loro, ma vivere in una società repressa non è così facile”.

-La Libia è un Paese arabo a maggioranza musulmana, con una società profondamente tradizionalista. Com’è stata la tua esperienza con la gente?

“La gente ha sempre approfittato di me. Mi ha usato, mi ha messo nei guai, mi ha costretto a fare cose che non avrei mai immaginato di fare. Ero così incasinato che sono diventato un tossicodipendente. Ho incontrato uno spacciatore di droga, che mi passava le dosi in cambio della mia compagnia. Mi sentivo come se la mia vita non avesse senso. Ho iniziato a fare sesso con estranei a volte per droga, a volte per denaro, a volte solo per il gusto di farlo. Sono finito per essere violentato, abusato o costretto a fare cose che non volevo. Ho raggiunto un punto in cui stavo bene con tutto questo, pensavo di trovarmici in questo stile di vita, ma in realtà cercavo una casa nella gente che incontravo, un rifugio, un punto di appoggio”.

-Hai mai pensato di scappare?

“Nel 2014 ho cercato di scappare dai miei genitori, dal quartiere in cui vivevo, dalla società. Andai a Malta e stavo progettando di andare in Svezia a chiedere asilo. Mio padre lo scoprì e mandò un parente per riportarmi a casa, lo stesso giorno in cui sarei dovuto volare in Svezia. Una volta tornato a casa, decisi di essere pulito e lavorare sui problemi, per trasformarmi in una persona migliore. O almeno in una persona che la mia famiglia e la società avrebbero accettato. Ho deciso di rompere il mio rapporto con lo spacciatore. Si è sentito offeso ed ha iniziato a minacciare di uccidermi. A volte quando uscivo dal college, ho trovato la mia macchina con le gomme bucate, senza copri specchietti, con messaggi di odio sui vetri. Veniva a bussare come un pazzo alla mia porta. Inviava minacce alla mia famiglia dicendo loro che mi avrebbe ucciso, dando origine a nuovi problemi con la mia famiglia”.

-Poi cosa è successo?

“Non sapevo cosa fare, quindi sono rimasto nella mia stanza per quasi cinque mesi. Nel 2016 ho iniziato ad istruirmi, a leggere libri su sviluppo dell’umanità e storia della religione. H abbandonato la fede. Sono diventato ateo ed ho iniziato a vedere la vita da un’altra prospettiva. Volevo solo essere una brava persona, avere una buona volontà, fare del bene alle persone, contribuire a rendere il mondo un posto migliore, nonostante il mio orientamento sessuale o le mie convinzioni. Ero convinto di dimostrare al mondo che non sono un nemico. Ho iniziato a condividere i miei pensieri sui social media, ma si è rivoltato tutto contro. La gente ha preso le schermate e le ha condivise sui social. Tutto al college sapevano che ero gay e ateo. Due punti inaccettabili per la società libica. Alcune milizie mi davano la caccia, avevo paura di essere rapito e consegnato come era accaduto ad altri miei amici atei così ho abbassato il mio profilo e me ne sono rimasto a casa”.

-Poi però le cose si sono sistemate, giusto? Hai lavorato anche come modello…

“Sì, ho provato a fare qualcos’altro per cambiare. Ho girato uno spot e posato per qualche sessione fotografica. Ero convinto che avrei avuto un feedback positivo. Pensavo che potesse aiutarmi, provare qualcosa di nuovo mi avrebbe tolto dalla mente tante cose, i problemi passati. Credevo che questo lavoro avrebbe migliorato il mio stato sociale, ma è successo l’esatto contrario. Sono diventato virale, hanno iniziato a postare le mie foto su tutti i social media. Sono stato al centro di molti discorsi di odio e bullismo informatico. La gente mi sfotteva quando mi incontrava, rendendomi impossibile andare all’università o camminare da solo per le strade di Tripoli”.

-E la tua famiglia in tutto questo?

“Ho avuto grossi problemi con i miei. Mio zio ha chiamato mio padre dicendogli che tutti dicono che tuo figlio è omosessuale, che ha portato vergogna al nostro cognome. Tutti dicevano che ero gay, ateo, liberale, e non ce la facevo più, non potevo più sopportarlo! Non riuscivo a sopportare lo stress, non riuscivo più a sopportare tutta questa pressione. Non potevo restare lì…”

-Ed eccoci in Tunisia, come sei arrivato qui?

“Un’organizzazione che si occupa delle persone gay, lesbiche, bisessuali e transessuali (LGBT) ha sentito parlare di me e mi ha contattato. Mi sentivo come se avessi finalmente una speranza. Potevo respirare, ero certo che tutto sarebbe andato bene. Non riuscivo a credere che proprio io stessi avendo questa opportunità. L’organizzazione mi ha comprato un biglietto aereo da Mitiga a Tunisi, l’8 dicembre. L’associazione, finanziata dalla Norvegia e gestita da una cittadina libica naturalizzata norvegese, sembra che abbia perso i fondi ed ora mi trovo in mezzo ad una strada. Non ho un posto dove stare, non ho un lavoro, non ho soldi. Passo le mie giornate a cercare aiuto e a bussare alle porte della gente in cerca di ospitalità. Non so come uscirne. Quasi rimpiango la Libia, almeno lì la gente non mi ha mai ingannato promettendo di aiutarmi. Ho anch’io diritto di vivere, spero che qualcuno mi aiuti a trovare rifugio in Europa, visto che sono perseguitato per il mio orientamento sessuale”.

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