Di Vanessa Tomassini.

“Tu sei una vera giornalista? Vorrei che tu scrivessi sul tuo giornale che Muammar Gheddafi resta nel cuore di milioni e milioni di persone, forse dire un milione è dire poco. Mi chiamo Moneim Ould Elfatih e sono di Bengasi. Visto che l’Italia è un paese democratico, voglio che scriva un messaggio agli agenti della Nato. ‘Vivo in un posto dove non possono raggiungermi e uccidermi – diceva Gheddafi – avrete ucciso il mio corpo, ma non sarete in grado di uccidere la mia anima che dimora nei cuori di milioni di persone’. Beh tutto questo era vero e non lo dimenticheremo mai. Ora noi sappiamo che l’Italia vuole la sua fetta di torta, ma non è questo il modo. Siamo molto arrabbiati ed è per questo che siamo scesi in piazza a bruciare il tricolore!”.

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A dirci questo è un giovane di 27 anni che indossa una divisa militare e un foulard verde intorno al collo nelle sue foto, dove emula il saluto del rais, con il pugno chiuso verso il cielo. Occhi e capelli scuri, Moneim è arrabbiato, come molti altri, per il via via di politici dall’Italia alla Libia, e viceversa. “Difendiamo la nostra patria, come è accaduto nel secolo scorso. Rispettiamo il popolo italiano, ma non rispettiamo il vostro Governo corrotto che vuole mettere il naso su affari che non gli riguardano. Non vogliamo nemmeno assistenza, perché aprire la porta dell’aiuto significa aprire al colonialismo”. Proviamo a spiegargli che le voci di una missione militare italiana nel sud non sono vere e che l’Italia vuole solamente fermare l’immigrazione e aiutare la Libia a proteggere i suoi confini e che bruciare la bandiera italiana non risolverà poi molto. Lo lasciamo sfogare e così ci mostra i resti dei bombardamenti della Nato, città e strade di Sirte e Bengasi completamente distrutte e residui bellici abbandonati da anni.

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Vedi questi? Sono i veicoli italiani del tempo del colonialismo, messi a Bengasi affinché il mondo non dimentichi”.

La visita del ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, a Tripoli, anziché calmare gli animi dopo le dichiarazioni, forse tradotte male del Ministro della Difesa e dell’Interno, ha fatto discutere ancora di più i libici per alcuni dettagli del protocollo diplomatico, come il Ministro italiano che lascia indietro il suo omologo libico.

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Durante la sua missione, il capo della Farnesina ha parlato di voler riattivare l’accordo di amicizia tra la Libia e l’Italia, firmato da Gheddafi e Berlusconi nel 2008. Moneim quel giorno lo ricorda, come “uno dei momenti più belli per il popolo libico. Le scuse dell’Italia alla Libia ed il risarcimento per anni di colonizzazione erano un momento della storia che non avremmo mai potuto dimenticare”. Così mentre esperti ed analisti si interrogano se la rimessa in vigore del Trattato di amicizia possa dare i suoi frutti oggi, i libici si chiedono come possano fidarsi nuovamente dell’Italia dopo la sua partecipazione all’intervento della Nato nel 2011.

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“Da questa strada, gli ultimi 200 uomini hanno lasciato la piazza di Izz al-Azz, con un totale di 43.000 saccheggiatori e 40 paesi crociati. Da qui le anime delle candele della resistenza si sono diffuse in fiamme in tutta la Libia”.

Muammar Gheddafi – prosegue –era la coscienza del mondo, seguito da tutte quelle persone che vogliono la gloria, la libertà e non vogliono la schiavitù, un simbolo che è difficile da dimenticare”. Poi ci confessa: “amo tutto del mio paese, perfino lo sporco su cui cammino perché è narrato dal sangue dei miei antenati. Questa è la gloria che non può essere sottovalutata”. Si rattrista al pensiero che “i soldati della NATO hanno visto con loro alcuni agenti libici ed arabi. Quando ho visto alcuni di loro tra le loro file, ho capito che Israele aveva raggiunto il suo obiettivo, quello di spegnere l’ultimo simbolo dell’islam arabo, Muammar Gheddafi. Questo è ciò che mi fa più male al cuore ogni giorno. Poi c’è il Qatar, sappiamo che Doha ha ancora il controllo della Libia e che insieme alla Turchia finanzia il terrorismo nel mondo”.

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Quando gli parliamo del futuro, Moneim ci dice che non ha speranze e che le elezioni potrebbero essere una soluzione solamente se vinte da Saif al-Islam, il figlio del rais. La cosa che ci sorprende è che indossa una divisa, “sì, sono un’agente di polizia, non ho mai ucciso nessuno ed il mio lavoro rappresenta un dovere nazionale nei confronti della Libia”.

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